Revenge porn, il giudice dichiara estinto il reato per La Russa jr: “congruo” il risarcimento da 25mila euro. La giovane annuncia appello

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«Nel digitale un “inoltra” dura un secondo. Riparare un danno, spesso, dura anni.»

Il procedimento per diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (il cosiddetto revenge porn) che vedeva imputato Leonardo Apache La Russa si chiude con una decisione destinata a far discutere: la gup di Milano Maria Beatrice Parati ha dichiarato estinto il reato ritenendo “congrua” l’offerta di risarcimento da 25mila euro presentata dall’imputato.

In termini pratici: il giudice non entra in una sentenza “classica” di condanna o assoluzione sul merito del reato, ma prende atto della possibilità prevista dall’ordinamento – in determinate condizioni – di chiudere il procedimento quando vengono attuate condotte riparatorie, a partire dal risarcimento, valutato adeguato.

La giovane che aveva sporto denuncia, però, non considera chiusa la partita. Ha fatto sapere che non accetterà quella somma e che intende impugnare il provvedimento, contestando proprio il giudizio di “congruità” del risarcimento stabilito dal giudice.

Il contesto: l’accusa di violenza sessuale era già stata archiviata

La vicenda giudiziaria nasce da una denuncia legata a una notte del maggio 2023. Nel fascicolo, oltre al filone sul revenge porn, era presente anche un’ipotesi di violenza sessuale, che nei mesi scorsi è stata archiviata. L’udienza di oggi riguardava quindi il capitolo della diffusione di materiale intimo senza consenso.

La condanna per l’altro imputato: un anno al dj Gilardoni

Nello stesso procedimento, la gup ha invece condannato a un anno (pena sospesa) l’amico Tommaso Gilardoni, imputato anche lui per revenge porn, ritenuto responsabile di un episodio di diffusione collegato a quei video. È un passaggio importante perché mostra come, dentro la stessa vicenda, l’esito giudiziario possa essere diverso a seconda delle condotte contestate e delle scelte processuali.

Perché questa decisione fa notizia (anche senza “tifare”)

Qui il punto non è lo scontro politico, né il nome che porta l’imputato: il punto è il meccanismo. Quando un reato può estinguersi tramite un risarcimento ritenuto adeguato, la domanda pubblica diventa inevitabile: quanto basta per riparare un danno digitale, che può essere permanente, replicabile, e spesso non controllabile nemmeno dopo la rimozione dei contenuti?

La giustizia, per definizione, cerca equilibrio tra tutela della persona offesa, garanzie dell’imputato e proporzionalità. Ma casi come questo mostrano quanto sia sottile la linea tra riparazione e percezione di “chiusura a pagamento”. Ed è qui che il dibattito – civile, non ideologico – diventa utile: perché la tutela contro la violenza digitale non vive solo nei codici, vive anche nei criteri concreti con cui si misura il danno.