Durante Atreju, la manifestazione dei giovani di Fratelli d’Italia, Giuseppe Conte è intervenuto con toni duri contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, legando il tema del “patriottismo” al rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, a Donald Trump.
Intervistato da Tommaso Cerno, da poche settimane alla guida de Il Giornale, il leader del Movimento 5 Stelle ha esordito chiarendo il suo punto: «Se mi sento patriota? Certo, ma bisogna intendersi sul significato». Poi l’affondo: per Conte «non è patriottismo andare a Washington e inchinarsi e genuflettersi a Donald Trump e promettere acquisti di gas liquido, di armi, zero tassazione ai giganti del web americano. Senza peraltro chiedere nulla in cambio».
Il riferimento è stato letto come diretto alla premier, e la platea di Atreju ha reagito con fischi. Conte non ha arretrato: «Mi spiace rompere il clima di festa della vostra kermesse – ha aggiunto – ma vi devo dire le cose come stanno, questi sono fatti».
L’intervento si inserisce nel confronto politico sempre più acceso sulla politica estera e sulle alleanze strategiche dell’Italia: Conte ha provato a spostare la discussione dal linguaggio identitario (“chi è patriota e chi no”) al terreno delle scelte concrete, sostenendo che la difesa dell’interesse nazionale passi anche dalla capacità di negoziare con gli alleati, e non solo dal mostrarsi allineati.
Nel clima di Atreju, tradizionalmente “casa” della destra di governo, l’attacco del leader M5S ha avuto così un doppio effetto: da un lato la contestazione del pubblico, dall’altro la volontà di marcare una linea politica netta sul rapporto tra sovranità, convenienza nazionale e leadership internazionale.


