Nella notte tra venerdì e sabato la guerra è passata, ancora una volta, dalla linea del fronte alle prese di corrente. Un’ondata di attacchi russi con droni e missili ha colpito infrastrutture energetiche e industriali in più regioni ucraine, lasciando al buio oltre un milione di famiglie. L’area più colpita è quella di Odesa, nel Sud: qui i blackout hanno avuto effetti a catena anche su servizi essenziali e approvvigionamenti.
Il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato di un attacco su larga scala con oltre 450 droni e 30 missili, sostenendo che il bersaglio principale fosse il sistema energetico, in particolare nel Sud. Le autorità ucraine riferiscono di feriti e di squadre impegnate per spegnere incendi e ripristinare la rete, mentre l’operatore elettrico segnala criticità pesanti anche in altre aree meridionali, fino alla zona di Kherson sotto controllo ucraino.
Mosca, dal canto suo, rivendica di aver colpito obiettivi energetici e legati all’industria militare, confermando una strategia che, dall’autunno del 2022, mira a mettere sotto pressione la quotidianità del Paese: non solo trincee e artiglieria, ma anche riscaldamento, luce, acqua.
La guerra sul mare: porti, navi e il rischio “internazionale”
Il fronte del Mar Nero resta un punto sensibile. Nelle ultime ore si sono registrati attacchi contro porti e aree portuali ucraine e, secondo Kiev, anche episodi che coinvolgono traffico commerciale: la marina ucraina ha accusato la Russia di aver colpito con un drone una nave civile turca diretta verso l’Egitto, carica di olio di girasole. Non risultano vittime a bordo, ma il segnale politico è evidente: quando la rotta commerciale finisce nel mirino, la guerra smette di essere “solo” bilaterale e diventa un problema di sicurezza regionale.
In questo contesto Ankara prova a ritagliarsi spazio: il presidente turco Erdoğan ha ribadito l’idea di una tregua limitata per proteggere infrastrutture energetiche e porti, presentandola come un passo pragmatico per evitare escalation e tenere il Mar Nero una via di navigazione più sicura.
Bruxelles congela gli asset russi, Mosca minaccia ritorsioni
Sul piano politico-economico, l’Unione Europea ha deciso di congelare a tempo indeterminato gli asset russi detenuti in Europa, una mossa pensata anche per evitare che eventuali veti futuri possano sbloccarli. La Russia ha avvertito che le ritorsioni “non tarderanno”, mentre da Budapest sono arrivate critiche durissime: Viktor Orbán ha definito la scelta una forzatura e uno strappo.
Il punto è che la guerra, ormai, non corre su un solo binario: colpisce con droni e missili, ma si gioca anche su sanzioni, tribunali, banche e fondi congelati.
Berlino, il crocevia: attesi Usa, Kiev e principali leader europei
Tutto questo accade mentre si prepara un nuovo passaggio diplomatico a Berlino. Zelensky parla di una “opportunità significativa” per arrivare a un accordo politico, e gli Stati Uniti hanno annunciato la presenza dell’inviato Steve Witkoff (con Jared Kushner) per incontrare la leadership ucraina e interlocutori europei. L’obiettivo dichiarato è riavviare un percorso credibile verso un cessate il fuoco, ma restano sul tavolo nodi storici: territori, garanzie di sicurezza e le condizioni che Mosca continua a porre.
Il punto che spesso si perde
La fotografia di oggi è questa: si negozia mentre si spegne la luce. E non è solo una metafora. Gli attacchi all’energia e le tensioni sul traffico marittimo rendono più fragile la vita civile e più complessa qualsiasi trattativa, perché alzano il costo umano e politico di ogni giorno che passa.


