La “telecronaca perfetta” di Bulbarelli e la risata amara dei social: quando il mestiere mette a nudo la lottizzazione

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La Rai non ha bisogno di “fedeli”: ha bisogno di professionisti, perché ogni minuto in diretta è un esame di credibilità.

La chiusura dei Giochi e il ritorno del telecronista “di razza”

La cerimonia di chiusura di Milano-Cortina, all’Arena di Verona, ha avuto un protagonista inatteso: Auro Bulbarelli. Non per un momento da star, ma per il motivo più raro in televisione: la precisione. Lessico pulito, ritmo, contesto, nomi al posto giusto, riferimenti puntuali. Una telecronaca che non provava a rubare la scena, e proprio per questo la teneva insieme.

Le “frecciatine” che non erano battute: erano preparazione

Sui social è partita la lettura maliziosa: sembrava quasi che Bulbarelli stesse “trollando” Paolo Petrecca, ex direttore di Rai Sport dimissionario dopo le gaffe della cerimonia di apertura. Il Corriere ha raccolto alcuni esempi che hanno alimentato la sensazione.

Quando Bulbarelli ha detto che, con l’accensione dei cinque cerchi, anche l’Arena poteva essere chiamata “stadio olimpico”, molti hanno sentito l’eco dell’esordio sbagliato dell’apertura. Quando ha introdotto De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner spiegando chi fossero, qualcuno ha ripensato a volti celebri rimasti senza nome nella diretta precedente. E quando ha ricostruito con calma l’origine dei colori della bandiera italiana, l’effetto contrasto con la battuta che aveva fatto discutere è stato inevitabile.

La verità più semplice è anche la più impietosa: non serve l’ironia per smontare una telecronaca fragile. Basta fare bene il lavoro.

Perché quella serata ha fatto così rumore

Perché non era solo “una telecronaca riuscita”. Era un confronto in diretta tra due idee di servizio pubblico: la prima fondata su competenza, archivio, disciplina; la seconda trascinata dall’improvvisazione e dagli scivoloni che, in mondovisione, diventano una questione nazionale.

Bulbarelli, tra l’altro, era stato messo da parte all’inizio proprio per un precedente interno legato a uno spoiler sulla presenza di Mattarella. È uno di quei dettagli che raccontano molto delle dinamiche aziendali: a volte si paga più un inciampo “politico” che una carenza professionale. E il pubblico, che non vota i dirigenti ma valuta il risultato, se ne accorge.

Dal caso Petrecca alle dimissioni: la Rai sotto stress

La telecronaca d’apertura aveva scatenato proteste interne e imbarazzo pubblico. Reuters ha ricordato gli errori e le frasi finite sotto accusa, oltre al fatto che Petrecca fosse considerato vicino a Fratelli d’Italia. Pochi giorni dopo è arrivata la decisione: dimissioni, stop alla sua presenza in chiusura e gestione temporanea affidata ad altri vertici della testata.

In mezzo, la Rai si è ritrovata a gestire anche altri incidenti e polemiche che hanno acceso il tema più grande: credibilità, imparzialità, qualità. È esattamente il tipo di clima in cui una telecronaca “normale ma ben fatta” diventa un evento.

La domanda che resta: perché la politica vuole sempre le chiavi del telecomando

Qui si arriva al punto fastidioso, quello che torna a ogni stagione: la tentazione della politica di occupare i posti strategici, soprattutto nelle strutture pubbliche. Non è una questione di un colore solo, e non è nemmeno un vizio nuovo: è un’abitudine trasversale. Ma proprio perché è trasversale, è diventata un alibi permanente.

Il risultato è un paradosso: i più preparati spesso imparano a stare di lato, perché sanno che la carriera non dipende solo dal merito. E quando la selezione dei vertici segue la logica dell’appartenenza, la competenza diventa un optional da recuperare in emergenza, richiamando “quelli bravi” quando ormai l’incendio è partito.

Nel servizio pubblico questo meccanismo è particolarmente tossico: non parliamo di una redazione privata che fallisce e paga il prezzo sul mercato. Parliamo di un’azienda finanziata anche dai cittadini, che dovrebbe garantire standard più alti, non più bassi.

Che cosa insegna il “caso Bulbarelli”

Che la qualità non è un miracolo: è un metodo. Preparazione, conoscenza, rispetto di chi guarda e di chi viene raccontato. E che la credibilità non si ricompra con un comunicato, ma con scelte strutturali: ruoli assegnati per capacità, obiettivi misurabili, responsabilità chiare.

La battuta dei social dura un giorno. La domanda sul merito, invece, resta. E riguarda chiunque governi: perché i posti chiave non sono poltrone da riempire, sono leve che costano soldi e fiducia.