Brusasco, 25enne muore stritolato da un macchinario per il fieno: l’incidente in azienda agricola e la domanda che resta—com’è potuto accadere

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Un morto sul lavoro non è una fatalità: è una verità da ricostruire, per rispetto di chi non torna a casa.

Un operaio di 25 anni è morto nella serata di mercoledì 21 gennaio in un’azienda agricola di Brusasco, nel Torinese, rimasto incastrato in un macchinario usato per sminuzzare il fieno. Lo hanno trovato i colleghi, ormai senza vita. È una di quelle notizie che arrivano brevi e definitive, ma che dietro la brevità nascondono sempre una catena: turni, procedure, manutenzione, formazione, controlli. E una domanda più dura di tutte: perché un’attività ordinaria si è trasformata in una trappola mortale.

Secondo quanto riportato da più fonti, il giovane viveva a Monteu da Po. Il 118 di Azienda Zero è intervenuto anche per soccorrere la madre del ragazzo, colta da un malore dopo la tragedia. Sul posto sono entrati in azione carabinieri e tecnici della prevenzione: l’inchiesta ora serve a separare la cronaca dal “come” e dal “perché”.

Dove è successo e chi indaga: azienda agricola, Carabinieri e Spresal

L’incidente è avvenuto in una realtà agricola di Brusasco. Le verifiche sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Chivasso e agli ispettori dello Spresal dell’Asl TO4, il servizio che si occupa di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro. In casi come questo lo Spresal ha un compito chiave: non “commenta”, misura e documenta—impianti, protezioni, procedure, conformità e prassi effettive sul posto di lavoro.

La Procura competente valuterà poi eventuali profili di responsabilità penale: di norma, quando c’è un decesso, l’ipotesi di lavoro è l’omicidio colposo in ambito lavorativo, con l’accertamento delle eventuali violazioni del Testo unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008). Ma la qualificazione dipenderà dagli atti.

Il macchinario “per il fieno”: perché l’aggancio è uno dei rischi più letali

La dinamica riportata è quella tipica degli incidenti per “intrappolamento”: un lavoratore viene trascinato o bloccato da parti in movimento. In agricoltura, dove le macchine lavorano materiale irregolare (fieno, paglia, foraggi), i rischi più frequenti non sono solo taglio e schiacciamento, ma anche impigliamento—soprattutto se si interviene per sbloccare, pulire o regolare senza poter garantire l’arresto totale e sicuro del movimento.

È importante dirlo con precisione: non basta “spegnere”. La prevenzione più efficace passa da procedure di messa in sicurezza (fermo, isolamenti, blocco/controllo del riavvio), dalla presenza di protezioni e dispositivi di arresto d’emergenza, e dalla formazione sul fatto che la macchina non va “aiutata” con gesti improvvisati quando si inceppa. L’indagine verificherà se queste barriere c’erano, se erano attive e se erano applicate nella pratica quotidiana.

Chi era la vittima: una vita che non può restare un numero

Le agenzie riportano che il giovane aveva 25 anni e viveva a Monteu da Po. Secondo Corriere Torino, si chiamava Andrea Cricca. In un Paese dove le morti sul lavoro rischiano di diventare statistica, nominare una vittima non è emotività: è responsabilità. Perché ogni “incastrato in un macchinario” è una persona, una famiglia, una comunità che da oggi vivrà con un vuoto.

Il contesto: perché l’agricoltura resta un settore ad alto rischio

L’agricoltura continua a presentare profili di rischio elevati: macchine potenti, contesti variabili, stagionalità, lavoro spesso solitario, e talvolta irregolare. Un focus Inail sul comparto ricorda che nel 2023, nella gestione assicurativa Agricoltura, sono state presentate 138 denunce di infortunio mortale (dato sul quinquennio 2019–2023). Il dato non spiega questo caso, ma spiega perché il settore non può permettersi la “normalizzazione” del rischio.

Se allarghiamo lo sguardo, la Relazione annuale Inail 2024 indica 886 denunce di infortunio mortale “in occasione di lavoro” (dato nazionale, distinto dagli eventi in itinere). Numeri che non sono solo contabilità: sono la prova che la sicurezza non può essere lasciata all’eccezione, al buon senso o alla fortuna.

Cosa succede adesso: rilievi, accertamenti e una verifica concreta

Le prossime ore serviranno a chiarire punti precisi: che operazione stava svolgendo il 25enne, che tipo di intervento era in corso sul macchinario, quali protezioni erano presenti, quali procedure erano previste e applicate, e se ci siano stati malfunzionamenti o pratiche di lavoro rischiose diventate routine. A questo si aggiungono gli accertamenti documentali: formazione, valutazione dei rischi, manutenzione, controlli periodici.

In una tragedia così, la comunità cerca risposte rapide. Ma l’unico modo serio di dare giustizia è uno: ricostruire senza scorciatoie. Perché l’unica differenza tra una fatalità e una responsabilità è nei dettagli verificabili. E quei dettagli, oggi, non appartengono ai titoli: appartengono ai rilievi e agli atti.