Manovra 2026: rottamazione in 9 anni per le cartelle, Irpef al 33% e pensioni più rigide

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“La manovra promette semplicità: poi la trovi in tre versioni — bozza, emendamento, circolare. E nessuna è definitiva.”

Chi, cosa, quando, dove

Lunedì 22 dicembre 2025 la manovra 2026 arriva in Aula al Senato per la votazione finale del primo passaggio, dopo l’ok in Commissione Bilancio. Tra le misure più discusse spicca la nuova rottamazione quinquies delle cartelle esattoriali, mentre sullo sfondo restano il taglio Irpef al 33% per i redditi medi e una stretta su pensioni e lavori usuranti.

Rottamazione quinquies: cosa prevede davvero

La rottamazione prevista nella manovra 2026 punta a diluire i debiti con il fisco in 9 anni, con 54 rate bimestrali e una rata minima di 100 euro. Secondo le ricostruzioni, riguarda cartelle tra 1 gennaio 2000 e 2023 legate a imposte o contributi previdenziali non versati. Un dettaglio tecnico che pesa: i tassi di interesse sulle rate vengono rivisti al ribasso, dal 4% al 3%.

Chi può “respirare” e chi resta fuori

Per chi ha arretrati con Agenzia delle Entrate-Riscossione, la rateizzazione lunga può significare una cosa concreta: rientrare senza essere schiacciati da pagamenti impossibili, soprattutto per famiglie e piccole imprese con liquidità fragile. Ma non è una bacchetta magica: la rottamazione è utile solo se il piano è sostenibile nel tempo e se non si cade nella trappola del “tanto poi arriva la prossima”.

Il punto che fa discutere: equità e incentivo al ritardo

Ogni nuova rottamazione porta con sé una domanda semplice e scomoda: che messaggio arriva a chi paga regolarmente tasse e contributi? Se le sanatorie diventano una consuetudine, cresce il rischio di “educare” il sistema al rinvio: oggi non pago, domani rateizzo. Politicamente è una misura popolare, socialmente è un equilibrio delicatissimo: perché la compliance fiscale vive di fiducia, non solo di bollettini.

Il resto della manovra: non solo cartelle

Il pacchetto complessivo viene descritto come una manovra da 18,7 miliardi con un focus forte sul taglio dell’Irpef per i redditi medi fino a 50 mila euro: l’aliquota scende dal 35% al 33%. Sul fronte pensioni, il testo include misure che penalizzano l’anticipo per precoci e usuranti, e conferma lo stop al cumulo con la previdenza complementare per l’uscita a 64 anni nel contributivo. In parallelo rientrano capitoli “di cassa” e “di segnale”, come la Tobin tax sulle operazioni HFT (raddoppio dal 0,02% al 0,04%) e la nuova “tassa sui pacchi” da 2 euro su spedizioni sotto 150 euro da Paesi extra-UE.

Tradotto:

lo Stato prova a fare due cose insieme: dare ossigeno a chi è rimasto indietro con le cartelle (rate lunghe e più leggere) e tenere in equilibrio i conti con nuove entrate e tagli selettivi. Il problema non è il “se” aiutare: è il “come” farlo senza trasformare l’eccezione in regola e senza scaricare sui cittadini più fragili (o più corretti) il costo dell’instabilità fiscale.

Domanda

Se la rottamazione è la quinta, qual è il piano per non arrivare alla sesta? E soprattutto: quando vedremo una scelta chiara che premi davvero chi paga in tempo (con riduzioni strutturali e servizi migliori) invece di limitarsi a rateizzare, a ogni giro, i ritardi di sistema?