Iran, notte di spari sui manifestanti e blackout totale: la protesta entra nella fase più pericolosa

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Quando lo Stato spegne internet, di solito non è per ascoltare.

In Iran la protesta che va avanti dal 28 dicembre 2025 è entrata in una fase che assomiglia a uno spartiacque: nelle ultime notti, in più città, sono circolati video e testimonianze di sparatorie e di un uso della forza sempre più duro contro i manifestanti, mentre il Paese vive un blackout informativo quasi totale. È la combinazione che rende tutto più rischioso: più violenza, meno verifiche, più paura.

Un manifestante tira giù la bandiera nazionale dall’ambasciata iraniana a Londra

Il contesto, secondo le ricostruzioni internazionali, è quello di una mobilitazione iniziata sul caro vita e sul crollo della valuta, e poi diventata esplicitamente politica. Le autorità parlano di “rivolte” alimentate dall’estero; i gruppi per i diritti umani descrivono una repressione con munizioni vere e arresti di massa. In mezzo ci sono i cittadini: quelli in piazza, quelli chiusi in casa, quelli che provano a curare feriti quando perfino andare in ospedale può diventare un rischio.

Cosa sta succedendo: spari, arresti, città sotto pressione

Fonti internazionali descrivono manifestazioni notturne soprattutto a Teheran e in altre grandi città, con scontri, barricate improvvisate e interventi delle forze di sicurezza. Alcuni video geolocalizzati e verificati da media internazionali mostrano folle in quartieri della capitale, tra cui Punak, con rumori di colpi e segni di protesta diffusa anche in condizioni di forte militarizzazione.

Il dato che ricorre con maggiore coerenza tra le fonti è l’ordine di grandezza degli arresti e delle vittime, anche se non esiste un conteggio “ufficiale” credibile e completo: secondo la Human Rights Activists News Agency (HRANA) si parla di almeno 116 morti e circa 2.600 persone detenute; le autorità e i media statali, invece, enfatizzano l’uccisione di agenti e “attacchi” contro strutture pubbliche.

Blackout: quando spegni le prove, accendi il sospetto

La repressione è accompagnata da un elemento decisivo: l’oscuramento delle comunicazioni. Secondo monitor indipendenti citati dai media, la connettività nazionale è precipitata a livelli minimi (nell’ordine dell’1% rispetto alla norma) e il blocco dura da oltre 60 ore. Tradotto: la capacità di documentare e verificare cosa accade in strada viene drasticamente ridotta.

Questo non è un dettaglio tecnologico: è un fatto politico. In un Paese dove l’informazione è già controllata, il blackout crea una zona grigia in cui è più facile che aumentino le violazioni e più difficile che emergano responsabilità. E più il buio è fitto, più crescono due cose: la propaganda e la paura.

Bilanci in competizione: morti tra i manifestanti e morti tra le forze di sicurezza

Sui numeri, la prudenza è obbligatoria. Le ONG e le reti di attivisti parlano di un bilancio pesante tra i manifestanti, con segnalazioni di colpi d’arma da fuoco e ospedali sotto stress. Dall’altra parte, media statali e agenzie vicine alle istituzioni riportano cifre elevate di morti tra le forze di sicurezza e insistono su episodi di violenza contro agenti e infrastrutture: una ricostruzione parla di 109 “security personnel” uccisi e di ulteriori vittime tra polizia e reparti speciali in alcune province.

Il punto, per il lettore, non è scegliere un bilancio “comodo”: è capire che i numeri sono anche un’arma. Se non ci sono dati verificabili e accesso indipendente, ogni parte tenta di imporre la propria narrativa: o “strage di piazza”, o “guerra ai terroristi”. La realtà, spesso, sta nella somma di due fatti: una protesta reale e un potere che reagisce come se fosse una minaccia esistenziale.

La linea dura: minacce di pena di morte e reati “totali”

Un altro segnale della fase attuale è la retorica giudiziaria. Diverse ricostruzioni riportano avvertimenti pubblici su pene durissime, fino alla pena di morte, per chi è coinvolto nelle proteste, con richiami a reati come la “guerra contro Dio” (moharebeh) che in Iran possono portare a condanne capitali. Non è solo intimidazione: è un modo per trasformare la piazza in un campo “criminale”, così da giustificare una repressione più larga.

Qui il punto è civico prima che politico: quando lo Stato alza la posta in questo modo, la soglia di rischio per chi scende in strada esplode. E se la soglia esplode, anche la possibilità di una mediazione politica si restringe: resta solo il braccio di ferro.

Il fronte esterno: Trump, Israele e il rischio di escalation

Alla crisi interna si sovrappone una tensione internazionale che può peggiorare tutto. Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare” i manifestanti, mentre il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che, in caso di attacco, Israele e basi e navi USA nella regione diventerebbero “obiettivi legittimi”. Israele, secondo fonti citate dalla stampa internazionale, sarebbe in stato di allerta.

Questo è il punto più pericoloso: quando una protesta interna diventa terreno di scontro geopolitico, il rischio è doppio. Da un lato il regime può usare la minaccia esterna per compattare consenso e giustificare la repressione. Dall’altro, attori esterni possono strumentalizzare la piazza per altri obiettivi. E in mezzo, come sempre, restano i civili.

Tradotto: cosa significa davvero

Se senti “spari sui manifestanti” e “internet spento”, non stai guardando solo una protesta: stai guardando un Paese che entra nella fase in cui è più difficile distinguere fatti, propaganda e paura. È la fase in cui aumentano gli arresti, si alza la violenza e diminuiscono i testimoni verificabili.

Per i cittadini conta questo: chi protesta rischia pene e ferite, chi non protesta rischia di vivere in un Paese dove la normalità è la sospensione dei diritti. E per chi guarda da fuori, la domanda non è “con chi stai”, ma “che cosa è verificabile”: numeri, responsabilità, catena di comando, accesso indipendente, protezione dei civili.

Cosa sappiamo: le proteste in Iran proseguono da fine dicembre 2025; in più città si segnalano scontri e uso della forza, mentre un blackout informativo limita fortemente le verifiche; ONG e media internazionali riportano un bilancio di morti e arresti in crescita.

Cosa non sappiamo: il numero reale di vittime e feriti, la dinamica precisa degli episodi più gravi e le responsabilità puntuali, perché la chiusura delle comunicazioni rende difficile un riscontro indipendente e tempestivo.

Cosa aspettarci: ulteriori strette repressive e un aumento della pressione internazionale; ma anche un rischio concreto che l’escalation tra Teheran, Washington e Israele trasformi una crisi interna in un problema regionale, con costi altissimi per i civili.