Venezuela, 50 mila dispersi dopo il doppio terremoto: il sisma non ha colpito solo la terra, ha aperto il ventre di un Paese già spezzato

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Quando si scava a mani nude tra palazzi crollati, la catastrofe naturale è già diventata catastrofe dello Stato.

Il numero più spaventoso non è ancora quello dei morti

Il Venezuela conta almeno 235 morti e 4.300 feriti dopo il doppio terremoto che ha devastato il nord del Paese. Ma il numero che oggi schiaccia tutto il resto è un altro: oltre 50 mila persone risultano disperse o non rintracciabili secondo il sito creato dai cittadini per segnalare familiari e amici scomparsi. È una cifra da trattare con prudenza, perché nasce da segnalazioni online e può contenere duplicazioni, errori, persone isolate solo per mancanza di comunicazioni. Ma proprio questa prudenza non la rende meno terribile. La rende più vera: il Paese non sa ancora chi è vivo, chi è sotto le macerie, chi è in un rifugio, chi non può telefonare, chi non tornerà più.

La tragedia non è cominciata con una sola scossa

Il Venezuela è stato colpito da due terremoti violentissimi, uno di magnitudo 7.2 e l’altro di magnitudo 7.5, avvenuti a meno di un minuto di distanza. Non una scossa e poi il panico. Due colpi quasi consecutivi, superficiali, capaci di trasformare case, ospedali, strade e aeroporti in punti di crisi nello stesso momento. La seconda scossa, più forte, ha colpito un Paese che non aveva avuto nemmeno il tempo di capire la prima. È questa la crudeltà del cosiddetto doppietto sismico: non lascia alla paura il tempo di diventare fuga ordinata. La trasforma subito in collasso.

La Guaira è diventata il nome della distruzione

Lo Stato costiero di La Guaira, a nord di Caracas, è il cuore più ferito della catastrofe. Lì si scava ancora a mani nude. Lì mancano mezzi pesanti, squadre specializzate, macchinari per sollevare cemento e ferro. Lì i familiari raccontano di aver parlato per ore con persone intrappolate sotto i calcinacci, cercando di tenerle coscienti, finché le voci non si sono affievolite e poi spente. La formula “si scava tra le macerie” non basta più. Qui si scava contro il tempo, contro la polvere, contro il silenzio, contro la lentezza dei soccorsi.

Il terremoto ha colpito un Paese già in emergenza prima dell’emergenza

Questa è la parte che non può essere rimossa. Un sisma di magnitudo 7.5 sarebbe devastante ovunque. Ma in Venezuela arriva sopra anni di crisi economica, infrastrutture indebolite, ospedali fragili, servizi pubblici consumati, reti elettriche e comunicazioni intermittenti, isolamento internazionale e una popolazione abituata a sopravvivere anche prima della catastrofe. Il terremoto non ha creato dal nulla la vulnerabilità venezuelana. L’ha resa visibile in una forma brutale. Quando mancano escavatori, ambulanze, generatori, linee telefoniche, medicine e rifugi, il disastro naturale diventa immediatamente disastro politico, sociale, logistico.

Oltre 70 mila famiglie senza tetto significano una seconda emergenza già iniziata

Il ministro dell’Interno venezuelano parla di oltre 70 mila famiglie rimaste senza casa. È un dato che sposta la tragedia dal momento del crollo al dopo. Perché salvare chi è sotto le macerie è solo la prima battaglia. La seconda riguarda chi è sopravvissuto e ora non ha più nulla: un letto, acqua, farmaci, documenti, vestiti, una cucina, una scuola per i figli, un posto sicuro in cui passare la notte senza temere nuove scosse. In una catastrofe così, la sopravvivenza non coincide con il salvataggio. Comincia dopo, quando il mondo smette di guardare e restano tende, fame, traumi, epidemie possibili, famiglie divise.

Il dato dei dispersi racconta anche il collasso delle comunicazioni

Dire “dispersi” non significa sempre dire “morti”. Significa, in queste ore, anche dire telefoni muti, quartieri isolati, strade bloccate, ospedali evacuati, famiglie separate nella fuga, anziani senza contatti, bambini portati in rifugi improvvisati, persone salvate ma non registrate. Il sito venezuelano nato per cercare gli scomparsi è diventato una specie di anagrafe del panico: l’ultima posizione, una fotografia, un nome, un’età, una richiesta. È la prova più dura dell’insufficienza dello Stato: quando il registro dei vivi e dei dispersi lo costruiscono i cittadini da soli, significa che la macchina pubblica è arrivata tardi o non arriva abbastanza.

La mano nuda contro il cemento è l’immagine morale della giornata

Ci sono tragedie in cui una fotografia dice più di qualunque comunicato. In Venezuela oggi quell’immagine sono le mani dei vicini dentro le macerie. Non perché i soccorritori non lavorino, ma perché sono pochi, sotto pressione, male equipaggiati rispetto alla scala del disastro. È lì che si vede la distanza fra una catastrofe affrontata da uno Stato preparato e una catastrofe assorbita da una popolazione lasciata troppo spesso a sé stessa. Il coraggio dei cittadini è enorme. Ma il coraggio dei cittadini non dovrebbe mai essere il sostituto ordinario delle ruspe, dei cani molecolari, delle squadre Usar, dei piani di evacuazione e delle comunicazioni d’emergenza.

L’Italia è dentro questa tragedia più di quanto sembri

La Farnesina ha confermato la morte di un cittadino italo-venezuelano nel crollo di un edificio a La Guaira. Attorno all’epicentro vivono circa 3 mila italiani; nell’intera area colpita la cifra sale a circa 65 mila. Sono numeri che trasformano una notizia lontana in una ferita vicina. Famiglie italiane e venezuelane, parenti sparsi tra due Paesi, telefonate che non arrivano, messaggi letti e non risposti, consolati sommersi da richieste di verifica. La tragedia del Venezuela parla anche italiano, non per appropriazione del dolore, ma perché la storia migratoria tra i due Paesi ha lasciato legami profondi, vivi, familiari.

Gli aiuti internazionali servono, ma non cancellano la domanda più dura

Stati Uniti, Paesi latinoamericani, governi europei e organismi internazionali si stanno muovendo. Washington ha alleggerito alcune restrizioni per facilitare gli aiuti umanitari, sono attesi team di soccorso, materiali sanitari, unità specializzate, mezzi logistici. Tutto questo è necessario. Ma non basta a cancellare la domanda centrale: perché una popolazione deve aspettare la solidarietà esterna per avere ciò che avrebbe dovuto essere pronto dentro il proprio Paese? Gli aiuti salvano vite. Ma la prevenzione, la manutenzione, la protezione civile, gli standard edilizi e le infrastrutture salvano vite prima che le macerie esistano.

La natura colpisce, ma non distribuisce il dolore in modo neutrale

Un terremoto non sceglie i poveri, non legge i passaporti, non distingue governo e opposizione. Però i suoi effetti non sono mai uguali per tutti. Muore di più chi vive in edifici fragili. Resta intrappolato più a lungo chi abita dove i mezzi non arrivano. Si cura peggio chi trova ospedali danneggiati o senza risorse. Sparisce più facilmente chi non ha rete, credito telefonico, connessioni, documenti, parenti influenti. La scossa è naturale. La vulnerabilità no. Ed è per questo che ogni grande terremoto è anche un esame politico, anche quando nessuno vorrebbe dirlo.

Il Venezuela ora entra nelle ore in cui la speranza diventa più sottile

Ogni ora che passa rende più difficile trovare vivi sotto i crolli, ma non elimina i miracoli. Una donna estratta dopo quasi 36 ore, bambini salvati, persone che resistono in cavità impossibili: sono lampi di vita dentro una scena dominata dalla morte. Ma il racconto dei miracoli non deve addolcire la dimensione della tragedia. Serve a ricordare perché bisogna correre. Ogni ritardo, ogni strada chiusa, ogni mezzo che manca, ogni squadra che non arriva può segnare la differenza fra una voce che risponde e una voce che si spegne.

Alla fine questa catastrofe dice una cosa feroce

Il terremoto ha scosso il Venezuela per pochi secondi. Le conseguenze dureranno anni. Ci saranno funerali, sfollati, palazzi da demolire, quartieri da ricostruire, bambini senza casa, famiglie senza notizie, ospedali da rimettere in piedi, conti economici impossibili e una memoria collettiva che dividerà il tempo in prima e dopo. Ma c’è già una verità che emerge dalle macerie: un Paese non crolla solo quando trema la terra. Crolla quando la sua gente è costretta a scavare con le mani perché tutto il resto è arrivato troppo tardi.