Meloni e i numeri del governo: il discorso non crolla tutto, ma si spezza dove pesa davvero

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Il problema non è una bugia unica: è l’uso di dati veri per coprire quelli più scomodi.

La notizia vera non è il fact-check, ma il punto in cui la narrazione si rompe

Il fact-checking pubblicato da Repubblica coglie un nervo reale, ma la fotografia completa è ancora più interessante. Il discorso con cui Giorgia Meloni ha difeso in Parlamento tre anni e mezzo di governo non è un blocco uniforme di dati smentiti. È qualcosa di più politico e più insidioso: una costruzione che parte da numeri solidi, li seleziona con cura e poi li usa per coprire le zone dove il bilancio si fa molto più fragile. Sul lavoro, ad esempio, la premier non inventa. Sulle tasse, sulla sanità e soprattutto sull’immigrazione, invece, il racconto si fa molto più debole del tono con cui viene venduto.

Sul lavoro Meloni non bara sui numeri, ma li usa nel modo che le conviene

Qui sta il primo punto da capire bene. Quando la presidente del Consiglio rivendica quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre mezzo milione di precari in meno rispetto all’inizio della legislatura, non sta citando cifre campate in aria. I dati reggono. E regge anche il fatto che l’occupazione femminile sia salita. Ma non basta fermarsi lì. Perché dentro lo stesso quadro resta un mercato del lavoro che migliora senza diventare davvero forte: a febbraio 2026 gli occupati crescono appena di 13 mila unità su base annua, il tasso di occupazione cala rispetto a un anno prima e la dinamica più robusta continua a concentrarsi sugli over 50, cioè sulla fascia più influenzata dall’invecchiamento della popolazione e dall’allungamento della vita lavorativa. Il dato politico, quindi, non è che Meloni menta sul lavoro. È che racconta il lato migliore del foglio e lascia in ombra quello che mostra un miglioramento stretto, non una svolta.

Anche sui salari il problema è la distanza tra il segnale e la vita reale

Lo stesso vale per il potere d’acquisto. È vero che nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute più dell’inflazione e che il rischio di povertà o esclusione sociale è sceso, sia pure di poco. Ma è altrettanto vero che questo recupero resta parziale e non autorizza un racconto trionfale. L’Istat ha registrato nel quarto trimestre 2025 un calo del potere d’acquisto delle famiglie dello 0,8 per cento rispetto al trimestre precedente. Tradotto: qualche indicatore migliora, ma la sensazione materiale di sollievo non è ancora abbastanza larga da reggere da sola un discorso autocelebrativo. La differenza tra propaganda e realtà, qui, sta tutta nel passaggio da “un segnale di ripresa” a “la situazione è girata”. Non sono la stessa cosa.

Le tasse sono il punto in cui la narrazione si mette contro i numeri

Se c’è un capitolo in cui il racconto del governo si incrina davvero, è quello fiscale. Meloni ha rivendicato tagli, alleggerimenti e una linea di sostegno a chi lavora e produce. Ma i numeri più recenti dicono che nel 2025 la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento del Pil, ai massimi da undici anni. È il dato che più di ogni altro smonta la cornice del “meno tasse” come bilancio generale di legislatura. E anche sul recupero dell’evasione il problema non è l’assenza di risultati, ma il modo in cui vengono attribuiti. Nel 2025 l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia della Riscossione hanno effettivamente segnato un record, ma trasformare l’intero recupero del triennio in un merito diretto e quasi esclusivo del governo forza il quadro, perché quella crescita si inserisce in una tendenza più lunga e contiene anche componenti che non coincidono con una semplice stretta politica sugli evasori.

Sulla sanità il record nominale non racconta la condizione del sistema

La premier ha rivendicato un Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre. Formalmente è vero. Ma preso da solo, questo dato dice poco. La sanità non si giudica solo in valore assoluto: si giudica per il peso reale che ha sul Pil, per quanto resta pubblica, per quanto costringe ancora le famiglie a pagare di tasca propria e per quanto riesce a ridurre i tempi d’attesa. Ed è qui che il racconto si abbassa. L’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che la spesa sanitaria pubblica vale il 6,3 per cento del Pil nel 2025, resta sotto la media europea e lascia alle famiglie una quota di spesa diretta molto più alta di quella dei principali partner Ue. Non a caso la stessa Meloni, nel passaggio più sincero del suo intervento, ammette che per molti italiani i tempi restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile e le differenze territoriali troppo marcate. È il punto decisivo: se devi riconoscere che il problema centrale è ancora lì, il record di finanziamento smette di essere una prova conclusiva e diventa soltanto una parte del quadro.

Sui migranti il discorso regge sui rimpatri, ma non sulle morti nel Mediterraneo

Il capitolo più scivoloso è quello migratorio. Dire che i rimpatri sono aumentati è fondato: i numeri diffusi dal Viminale e richiamati dallo stesso Piantedosi mostrano una crescita netta nel 2025 rispetto all’inizio della legislatura. Anche sugli sbarchi il governo può rivendicare un calo forte rispetto al picco del 2023. Ma se il confronto si restringe all’ultimo anno pieno, il risultato è molto meno netto: nel 2025 gli arrivi via mare in Italia sono stati 66.316, praticamente in linea con i 66.617 del 2024. E soprattutto c’è il punto più delicato: le morti nel Mediterraneo. Se si guarda al solo bilancio degli arrivi in Italia nel 2025, i morti e dispersi risultano in calo rispetto al 2024. Ma il 2026 ha già ribaltato il quadro: secondo l’Oim è l’inizio d’anno più mortale nel Mediterraneo dal 2014. Per questo la formula “abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo” non è una frase neutra, ma una frase che oggi regge male all’urto dei dati più recenti. Può descrivere un segmento del passato immediato, non l’andamento che il Mediterraneo sta mostrando adesso.

Il punto politico finale è più serio di un semplice vero o falso

Alla fine, il discorso di Meloni non si lascia liquidare bene né dalla propaganda del governo né dal riflesso opposto di chi vuole archiviare tutto come menzogna. Sul lavoro alcuni dati stanno in piedi. Sul fisco, sulla sanità e sull’immigrazione il quadro si fa invece molto più sfavorevole di quanto racconti Palazzo Chigi. Il punto giornalistico vero è questo: non siamo davanti a un elenco di falsità pure, ma a una strategia narrativa molto riconoscibile. Si prendono gli indicatori che hanno il miglior profilo politico, li si mette al centro, e si spingono sullo sfondo quelli che misurano la qualità concreta della vita: il peso fiscale reale, la fatica dei servizi sanitari, la fragilità del potere d’acquisto, la distanza tra meno sbarchi e più morti. È lì che il discorso smette di essere un bilancio e diventa una difesa.