La Normale di Pisa compra i libri rimossi negli Usa: il gesto che sfida la censura trumpiana e riapre la battaglia sulla libertà di studio

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Quando un’università compra i libri che un potere vuole togliere dagli scaffali, non fa solo catalogazione: fa politica culturale nel senso più alto.

Un acquisto che vale più di una provocazione

La Scuola Normale Superiore di Pisa ha deciso di acquistare una quarantina dei libri rimossi dalla Biblioteca Nimitz dell’Accademia Navale degli Stati Uniti. Non è un gesto folkloristico e non è nemmeno una semplice risposta simbolica. È una presa di posizione precisa: se da una parte del mondo accademico si comincia a togliere libri dagli scaffali per ragioni ideologiche, da un’altra parte c’è chi decide di salvarli, renderli consultabili e trasformarli in un segnale pubblico.

Il cuore della notizia è tutto qui

I volumi entreranno a far parte del nuovo “fondo Nimitz” della biblioteca della Normale, nella sede di Palazzo Vegni a Firenze, dove sono conservate le collezioni di scienza politica e sociologia. La presentazione pubblica dell’iniziativa è stata fissata per il 23 marzo. La scelta dell’ateneo non nasce da un incidente editoriale, ma da una decisione consapevole: acquisire e mettere a disposizione testi che negli Stati Uniti sono stati rimossi da una grande accademia militare in nome della guerra alla cosiddetta cultura woke.

Che cosa era successo negli Stati Uniti

La vicenda parte dalla U.S. Naval Academy di Annapolis, nel Maryland. Nell’aprile del 2025, su impulso dell’amministrazione Trump e del Dipartimento della Difesa, la biblioteca dell’Accademia navale rimosse 381 titoli giudicati incompatibili con la linea anti-DEI, cioè contro diversità, equità e inclusione. Non si trattava di pamphlet marginali o testi propagandistici. Nella lista figuravano opere su razzismo, diritti civili, femminismo, antisemitismo, storia del Ku Klux Klan, discriminazioni di genere e identità afroamericana.

I libri “scomodi” che sono finiti fuori

Tra i titoli rimossi c’erano anche libri molto noti, come l’autobiografia di Maya Angelou, testi sul Black Lives Matter, studi sulla segregazione razziale e persino opere legate alla memoria della Shoah. È questo dettaglio a dare il senso dell’operazione: non un intervento su materiali estremi o marginali, ma una sforbiciata larga dentro un campo di studi che riguarda la storia sociale, politica e culturale degli Stati Uniti.

Perché la Normale ha deciso di intervenire

La risposta della Normale è stata netta. L’ateneo ha parlato apertamente di censura e di “purghe” nelle biblioteche, sostenendo che non è accettabile che il potere politico decida arbitrariamente che cosa si possa leggere e studiare nelle università. Nelle parole diffuse dall’istituto c’è anche un riferimento pesante ai “tempi bui” in cui i libri venivano bruciati o cancellati, fino al richiamo al Ku Klux Klan e alla distruzione dei testi degli autori neri. È un linguaggio forte, scelto apposta per far capire che qui non si sta discutendo di una normale politica culturale, ma di un confine democratico.

Il gesto italiano e il significato europeo

L’iniziativa della Normale pesa anche perché arriva dall’Europa e da un’istituzione che non ha bisogno di inseguire visibilità. Non è una casa editrice in cerca di polemica, né un collettivo studentesco. È una delle scuole universitarie più prestigiose d’Italia che decide di entrare nel dibattito internazionale dicendo una cosa semplice: la libertà accademica non si difende solo con i convegni, ma anche con atti concreti, persino con un ordine di acquisto in biblioteca.

Il punto politico che la notizia mette a nudo

Negli Stati Uniti la rimozione di quei libri è stata raccontata dai sostenitori come una bonifica contro contenuti divisivi, ideologia di genere e attivismo progressista. Ma il problema, come dimostra anche il caso di Annapolis, è che quando il criterio diventa politico, il bersaglio si allarga subito. Dalle opere militanti si passa ai classici del pensiero critico, poi ai libri di storia, poi a tutto ciò che disturba una certa narrazione nazionale. È in quel passaggio che la censura smette di presentarsi come “riordino” e torna a mostrarsi per quello che è.

Non è solo una battaglia americana

La decisione della Normale interessa anche l’Italia perché tocca una domanda che riguarda tutte le democrazie: fino a che punto un governo può spingersi nel definire quali temi siano legittimi nei luoghi della formazione? Quando la politica entra nelle biblioteche con l’idea di ripulirle, non sta semplicemente scegliendo dei titoli: sta decidendo che tipo di cittadino, di studente e di ufficiale vuole produrre.

Perché questa storia conta più del numero dei libri

Alla fine, il punto non sono soltanto i quaranta volumi acquistati a Pisa o i 381 rimossi ad Annapolis. Il punto è il principio che si afferma. O si difende l’idea che una biblioteca debba contenere anche ciò che disturba il potere, oppure si accetta che il potere riscriva lo scaffale, e poi la memoria, e poi il perimetro stesso di ciò che si può pensare. La Normale, con questo gesto, ha scelto da che parte stare.