Tra fede e scienza, il punto non è “credere”: è capire cosa sarebbe necessario per dimostrare.
Gustavo Adolfo Rol è una di quelle figure italiane che non smettono di tornare. Non perché abbia lasciato una teoria verificata o un risultato replicabile, ma perché ha lasciato qualcosa di più potente (e più ambiguo): racconti. Storie di carte che si piegano al pensiero, di disegni che appaiono dove non dovrebbero, di libri “letti” senza essere aperti, di intuizioni che sembrano anticipare eventi. E soprattutto: una lunga fila di testimoni, molti colti, alcuni famosissimi, convinti di aver visto l’impossibile con i propri occhi.
Il problema, però, è lo stesso da settant’anni: fra il “mi è successo” e il “è vero” c’è una distanza enorme. Ed è lì che Rol divide ancora oggi: per alcuni è la prova vivente che esiste un livello della realtà che chiamiamo (per comodità) paranormale; per altri è l’esempio perfetto di come suggestione, contesto, psicologia e tecniche da mentalismo possano produrre meraviglia senza bisogno di poteri. In mezzo c’è l’unica posizione adulta: raccontare, confrontare, e non barare con le parole.
Chi era Rol: una vita torinese, colta e riservata, diventata mito
Rol (Torino 1903–1994) cresce in un ambiente agiato e colto, studia, lavora in banca e frequenta per anni ambienti d’élite; dopo la guerra si dedica anche al commercio d’arte e al collezionismo. Intorno a lui si costruisce un salotto torinese che attira figure della cultura, dello spettacolo e dell’alta società. La sua peculiarità, rispetto a molti “sensitivi”, è il carattere privato e selettivo delle dimostrazioni: avvengono soprattutto in casa, con ospiti scelti.
