Ucraina, il Parlamento dice sì ma la maggioranza scricchiola: la risoluzione passa, due leghisti votano contro e Crosetto “inchioda” i distinguo

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Sulla politica estera le parole sono facili: noi guardiamo i voti, i testi e chi si sfila quando conta.

La risoluzione di maggioranza sull’Ucraina passa in Parlamento, ma il segnale politico non è l’approvazione: è la frattura che resta visibile anche dopo il voto. Alla Camera due deputati della Lega – Rossano Sasso ed Edoardo Ziello – hanno votato contro il documento che accompagna la proroga dell’assistenza a Kiev. In Senato, dove la votazione è avvenuta per alzata di mano, alcuni senatori leghisti non hanno partecipato al voto. E nel mezzo, la frase del ministro della Difesa Guido Crosetto che ha fatto da spartiacque: “Qualcuno si vergogna di aiutare Kiev, io ne sono fiero”.

Il punto è doppio: l’Italia conferma la linea di sostegno all’Ucraina nel quadro Nato-Ue-G7, ma la maggioranza che governa mostra un nervo scoperto proprio sul dossier che, in Europa, definisce credibilità e posizionamento internazionale. Il voto non sposta carri armati sul terreno; sposta equilibri dentro i partiti e dentro Palazzo Chigi.

Che cosa dice la risoluzione: sostegno a Kiev, ma la parola “militari” scivola fuori dagli impegni

Nel testo approvato, l’impegno centrale è continuare a sostenere l’Ucraina “in coordinamento con Nato, Unione europea, Paesi G7 e alleati internazionali”, con un contributo finalizzato alla difesa della popolazione, delle infrastrutture critiche e – in prospettiva – della sicurezza del continente europeo.

Il dettaglio che spiega il nervosismo politico è lessicale ma non innocente: il riferimento agli aiuti “militari” compare nelle premesse, ma non nel dispositivo con gli impegni. Negli impegni, invece, viene esplicitato il rafforzamento degli aiuti di carattere civile. È un compromesso scritto per tenere insieme due esigenze opposte: ribadire la continuità degli impegni internazionali e, insieme, offrire alla Lega una formula che attenui l’impatto simbolico del sostegno militare.

Il voto alla Camera: numeri, “no” leghisti e assenze che pesano

L’Aula di Montecitorio ha approvato la risoluzione di maggioranza con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. Dentro i contrari finiscono i due leghisti Sasso e Ziello; contro anche Emanuele Pozzolo (gruppo Misto, ex FdI). Il dato politico non è solo il “no” in sé: è la rottura della disciplina di coalizione su un tema su cui, di norma, i governi pretendono compattezza.

Accanto ai voti, contano le presenze: nelle cronache parlamentari di giornata emergono assenze dentro la stessa maggioranza, e in particolare dentro la Lega. In un voto del genere, l’assenza non è sempre casuale: è spesso un modo per non smentire pubblicamente la linea di governo senza doverla votare apertamente.

Il Senato e il “non voto” leghista: la crepa passa anche da Palazzo Madama

Anche al Senato la risoluzione di maggioranza è stata approvata. Ma la votazione per alzata di mano – meno tracciabile di un voto elettronico – ha reso comunque evidente un dato: alcuni senatori leghisti non hanno alzato la mano. Tra i nomi indicati nelle ricostruzioni, Claudio Borghi ed Erika Stefani; assente in Aula anche il capogruppo Massimiliano Romeo.

È un segnale che conta perché riduce la vicenda a ciò che è: non una dissidenza isolata, ma un’area politica che continua a “marcare” distanza sul sostegno a Kiev, pur restando nel perimetro della maggioranza.

Crosetto: la stoccata e la linea politica “senza alibi”

Nel suo intervento, Crosetto ha costruito una cornice netta: sostenere l’Ucraina non significa prolungare il conflitto, ma evitare una pace apparente e fragile; interrompere il sostegno, ha detto, significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita. È dentro questa cornice che arriva la frase che ha fatto rumore: c’è “chi si vergogna” di aiutare Kiev, lui no.

Il ministro ha anche toccato un punto politicamente scomodo e tecnicamente realistico: gli aiuti italiani, presi da soli, sono “irrilevanti”; è la somma degli aiuti internazionali ad aver permesso all’Ucraina di resistere. È una tesi che mira a togliere terreno alla retorica del “tanto non cambia nulla” e, contemporaneamente, a ricordare che la credibilità dell’Italia non si misura solo in quantità di armamenti, ma nella coerenza delle scelte dentro le alleanze.

La Lega tra linea ufficiale e fronda: dalla “soddisfazione” di Salvini allo strappo in Aula

Il giorno prima, Matteo Salvini aveva rivendicato che la Lega fosse stata “ascoltata”: la risoluzione – secondo la sua lettura – sarebbe “equilibrata”, concentrata sulla difesa e non sull’attacco, con priorità alla protezione dei civili, alla cyber security e alla logistica. La giornata di oggi mostra però il limite di quell’equilibrio: se due deputati votano contro e alcuni senatori non votano, significa che la mediazione lessicale non basta a chi, nella Lega, contesta l’impianto del sostegno militare in sé.

Ed è qui che la vicenda diventa politica interna: la maggioranza tiene, ma deve farlo “negoziando” ogni parola su un dossier strategico. È una vulnerabilità, perché la politica estera – a differenza di altri capitoli – non concede molte ambiguità senza costi.

Opposizioni divise: astensioni incrociate e testi bocciati

Non è solo la maggioranza a presentare linee non perfettamente sovrapponibili. Nelle votazioni alla Camera si registrano astensioni e contrarietà incrociate anche nell’area delle opposizioni: il Pd, secondo le ricostruzioni, si è astenuto su documenti di Avs e M5s, tranne sui punti che chiedevano lo stop agli aiuti militari (lì ha votato contro). E si è astenuto anche sulla risoluzione di maggioranza.

Con il parere favorevole del governo, sono stati inoltre approvati alcuni impegni presenti in risoluzioni di Pd, Azione, Italia viva e +Europa (riformulati); non sono passati i testi di M5S e Avs. Il risultato finale è un quadro in cui l’Italia resta nel solco del sostegno a Kiev, ma con divisioni politiche che attraversano più di un campo.

Che cosa cambia davvero dopo questo voto

Una risoluzione parlamentare non è una legge: è un atto di indirizzo politico. Ma conta perché “copre” la scelta del governo davanti al Paese e davanti agli alleati, soprattutto quando riguarda la proroga degli aiuti e la continuità dell’impegno nel 2026. Il vero test, nelle prossime settimane, sarà la coerenza tra indirizzo e atti: decreti, missioni, pacchetti di assistenza, posture diplomatiche.

La foto di oggi, però, è già chiara: l’Italia conferma la linea pro-Kiev, ma la maggioranza mostra un dissenso che non è solo rumoroso: è contabilizzabile. E quando la politica estera diventa un tema su cui si “contano” i parlamentari di governo, il problema non è l’opposizione. È la tenuta interna della linea.