Durante un pomeriggio di shopping natalizio a Bath, in un clima di festa e grande afflusso di persone, Celia Marsh, 42 anni, madre di cinque figli, si fermò in una nota caffetteria per acquistare un pasto veloce. Conosciuta dalla famiglia e dagli amici per la sua attenzione scrupolosa alle etichette alimentari a causa della sua forte allergia al latte, scelse con cura un panino vegano dichiarato “senza latticini”, fidandosi delle indicazioni riportate e delle rassicurazioni implicite del marchio.
Convinta di aver scelto un alimento sicuro, Celia riprese la sua passeggiata tra le vie affollate del centro. Tuttavia, circa quindici minuti dopo aver consumato il panino, iniziò a sentirsi improvvisamente male. I sintomi si manifestarono con estrema rapidità: difficoltà respiratorie, perdita di equilibrio e un collasso improvviso. La donna crollò al suolo in mezzo alla strada, sotto gli occhi dei passanti. Uno di loro, un soccorritore fuori servizio, accorse immediatamente e tentò ogni manovra possibile per aiutarla, mentre veniva allertato il servizio di emergenza.
Celia fu trasportata d’urgenza in ospedale, ma il quadro clinico peggiorò in modo irreversibile. Nonostante gli sforzi dei medici, la donna morì appena mezz’ora dopo l’arrivo al pronto soccorso, vittima di uno shock anafilattico fulminante.
Le successive indagini, condotte con grande rigore data la gravità dell’accaduto, rivelarono un dettaglio sconvolgente: il panino “senza latticini” conteneva in realtà tracce di latte, non dichiarate sull’etichetta. Questa contaminazione, secondo quanto emerso, non era stata un evento imprevedibile. Il produttore del panino era infatti a conoscenza del rischio potenziale legato agli ingredienti utilizzati, ma non aveva informato adeguatamente la catena di caffetterie né adottato misure sufficienti per prevenirlo.
La famiglia di Celia, profondamente scossa ma determinata a far emergere la verità, sottolineò come la donna avesse sempre prestato la massima attenzione alla scelta dei cibi, proprio per proteggersi da un’allergia che sapeva essere pericolosa. Quel giorno, ribadirono, aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per garantirsi un pasto sicuro.
Nel 2022 il marito di Celia presentò dunque una richiesta di risarcimento all’Alta Corte contro la catena di caffetterie coinvolta e contro il produttore degli alimenti. La vicenda legale fu lunga e complessa, ma alla fine, attraverso trattative extragiudiziali, si arrivò a un accordo: la controversia si concluse con un risarcimento complessivo di 1,25 milioni di sterline. La somma sarebbe stata coperta per il 25% dall’azienda produttrice del panino, mentre il restante importo sarebbe stato versato dall’assicurazione della catena di caffetterie.
Durante il procedimento, l’azienda dichiarò in tribunale di voler sostenere la famiglia nel doloroso percorso di elaborazione del lutto, pur riconoscendo che nessun risarcimento economico potrà mai colmare la perdita di una madre, una moglie e una persona amata. La tragedia di Celia ha continuato a sollevare interrogativi profondi sull’importanza delle etichette accurate, dei controlli sulla filiera alimentare e delle responsabilità delle aziende verso i consumatori più vulnerabili.
