Il governo prende le distanze da Bartolozzi, ma lo scontro con le toghe resta aperto: il “plotone d’esecuzione” diventa un caso politico

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Non basta definire “infelice” una frase, se il clima che l’ha resa possibile continua a peggiorare.

La correzione arriva, ma dopo il danno

Il governo Meloni ha provato a smarcarsi dalle parole di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che in tv aveva definito la magistratura un “plotone d’esecuzione” e, nel pieno della campagna referendaria, aveva detto: “Votate sì e ce la togliamo di mezzo”. La presa di distanza c’è stata, ma con un tono più da contenimento che da vera rottura: il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano ha parlato di parole “infelici”, Nordio ha detto di dispiacersi e ha annunciato delle scuse, mentre la stessa Bartolozzi ha sostenuto di essere stata fraintesa e di aver voluto riferirsi solo a una parte politicizzata della magistratura.

Carlo Nordio – Ministrondella Giustizia

Perché questa frase pesa più del solito

In un altro momento sarebbe stata forse rubricata a eccesso polemico. Stavolta no. Arriva a meno di due settimane dal referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, in una stagione già segnata da un’escalation verbale tra governo e toghe. La riforma proposta dalla maggioranza prevede la separazione delle carriere tra giudici e pm, la divisione del Csm in due organi distinti, la selezione per sorteggio dei componenti e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Per i sostenitori, serve a rendere il sistema più imparziale; per i critici, rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura e di avvicinare i pm al potere esecutivo.

Il vero problema non è la gaffe, ma la somma delle frasi

La bufera su Bartolozzi non nasce nel vuoto. Nelle settimane precedenti Nordio aveva parlato di un Csm segnato da un meccanismo “para-mafioso”, mentre Giorgia Meloni aveva accusato una parte della magistratura di ostacolare il governo, soprattutto sul terreno dell’immigrazione. Reuters ha ricostruito proprio questo clima: una campagna referendaria in cui il confronto sul merito si è progressivamente trasformato in un conflitto aperto tra poteri dello Stato. In questo quadro, la frase sul “plotone d’esecuzione” non appare come un incidente isolato, ma come l’ennesimo gradino di un linguaggio che si è fatto sempre più aggressivo.

La linea del governo: distinguere i magistrati “buoni” da quelli “politicizzati”

La difesa usata in queste ore segue uno schema preciso. Bartolozzi ha detto che intendeva riferirsi soltanto a una piccola porzione della magistratura organizzata in correnti, lasciando intendere che il resto sarebbe composto da professionisti seri e rispettabili. È una formula che serve a ridurre la portata dello scontro, ma non elimina il punto centrale: nel momento in cui una figura apicale del ministero usa espressioni da resa dei conti contro un intero ordine dello Stato, la distinzione successiva tra “pochi colpevoli” e “molti onesti” arriva tardi e suona difensiva.

Le opposizioni leggono una smentita debole

Dal Pd al Movimento 5 Stelle, la reazione è stata immediata. Le opposizioni hanno definito quelle parole incompatibili con il ruolo istituzionale di chi le ha pronunciate e hanno accusato il governo di voler normalizzare un’idea pericolosa: che la magistratura sia un ostacolo politico da neutralizzare, non un potere autonomo da criticare eventualmente nel merito. Il punto che pongono è semplice: se la distanza del governo è autentica, dovrebbe essere netta e senza ambiguità; se invece resta affidata a formule attenuate, allora rischia di apparire come una gestione del danno e non come una smentita politica vera.

Il richiamo di Mattarella resta il vero spartiacque

In questo scontro, il riferimento che continua a tornare è quello del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, intervenendo al plenum del Csm il 18 febbraio, aveva ricordato che il Consiglio superiore della magistratura merita rispetto “particolarmente da parte delle altre istituzioni”, pur senza sottrarsi a critiche, limiti ed errori. Ma soprattutto aveva indicato una regola più ampia: il rispetto reciproco tra istituzioni deve valere “in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza”, nell’interesse della Repubblica. È esattamente questa soglia che oggi sembra essersi incrinata.

Il nodo politico che resta sul tavolo

La questione, alla fine, non è solo se Bartolozzi si scuserà davvero o se Mantovano consideri la frase “infelice”. La questione è se il governo stia ancora combattendo una battaglia sulla riforma della giustizia o se abbia ormai scelto di trasformare la magistratura nel bersaglio polemico di una campagna identitaria. Perché tra correggere un sistema e delegittimarlo c’è una differenza enorme. La prima è politica costituzionale. La seconda è erosione dell’equilibrio democratico.