Forza Italia corteggia Calenda, Marina Berlusconi dà copertura a Tajani. Ma la Lega frena: il centrodestra rischia la guerra sul “centro”

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Quando una coalizione litiga sul “centro”, non è tattica: è identità. E l’identità decide chi comanda domani.

Il centrodestra prova a cambiare pelle, ma la cucitura si vede. Forza Italia ha aperto pubblicamente a Carlo Calenda e Azione, immaginando un asse “liberal-riformista” capace di pesare di più nel governo e soprattutto nel dopo-2027. Calenda, dal palco azzurro, ha risposto: disponibile a “collaborare” ma con paletti netti — niente intese con Salvini e con le “quinte colonne di Putin”, niente convivenze con Vannacci. Il sottotesto è chiaro: se il “centro” deve esistere, deve essere europeista e incompatibile con l’ala più sovranista.

La novità politica vera, però, arriva da Milano: Marina Berlusconi ha incontrato Antonio Tajani a casa sua, per circa due ore, ribadendo sostegno alla leadership e alla campagna referendaria sulla giustizia, ma anche la richiesta di accelerare sul rinnovamento e sulle battaglie liberali. È una moral suasion che conta, perché dà legittimità “di famiglia” alla scelta di Tajani di allargare i confini di Forza Italia.

Ed è proprio qui che scatta la reazione: la Lega vede l’operazione come un rischio di commissariamento politico del governo da parte di un blocco moderato-europeista che potrebbe restringere l’agibilità di Salvini. Il risultato è uno scontro interno che non riguarda solo i nomi, ma la direzione: centrodestra “di sistema” o centrodestra “di pressione”.

Il tassello Berlusconi: perché l’incontro Marina–Tajani pesa più di una foto

La colazione tra Marina Berlusconi e Tajani è stata raccontata come un appuntamento di sostegno e di indirizzo: referendum sulla giustizia come priorità (battaglia identitaria di FI), ma anche necessità di ricambio generazionale e rilancio dell’impronta liberale senza creare correnti interne. Tradotto: Tajani resta al comando, ma deve mostrare capacità di espansione e di leadership politica, non solo gestione.

È un passaggio rilevante perché la famiglia Berlusconi non “fa politica”, ma può orientare simboli, narrativa e legittimazione interna. Se Tajani vuole spostare Forza Italia verso un polo moderato capace di attrarre pezzi di centro, questa copertura pesa come un’assicurazione: riduce il rischio di essere accusato di “tradire” l’eredità del fondatore.

Calenda: “sì al dialogo” ma con paletti anti-Salvini

La disponibilità di Calenda a lavorare con Forza Italia è stata esplicitata davanti al pubblico azzurro e poi ribadita in dichiarazioni e interventi successivi. Il leader di Azione sostiene che il bipolarismo, così come lo abbiamo conosciuto, è destinato a logorarsi e che serve un’area liberale-popolare-riformista “europea”. Ma lo fa fissando una linea rossa: non stare con chi, a suo dire, rappresenta posizioni filo-Putin o normalizza l’estremismo (nel mirino, l’incontro di Salvini con l’attivista britannico Tommy Robinson).

Questo è il punto politico: Calenda non sta “entrando” nel centrodestra. Sta dicendo che può collaborare con una parte del governo solo se quella parte sceglie di distinguersi dal pezzo più radicale della coalizione. Ed è esattamente ciò che trasforma un corteggiamento in un braccio di ferro interno.

La Lega e il veto implicito: perché Salvini non può “accettare” Calenda

Per la Lega, l’operazione FI-Calenda è doppia minaccia. Primo: sposta il baricentro della coalizione verso un europeismo più rigido e rende più costoso politicamente il gioco di Salvini su identità, rapporti internazionali e “autonomia” dentro l’esecutivo. Secondo: aumenta la forza contrattuale di Tajani, che da mesi ripete che “il 10% non basta” se FI vuole essere determinante e non solo complementare.

Non è solo una questione di numeri: è una questione di controllo della linea. Calenda non nasconde di considerare incompatibile una coalizione in cui siedono Salvini e Vannacci. Se FI insiste nel dialogo, la Lega rischia di finire descritta come l’ostacolo strutturale alla “normalizzazione” del governo.

Il dettaglio che peggiora tutto: Mosca amplifica Salvini sull’Ucraina

Nel pieno di questa manovra centrista, un fatto esterno diventa benzina interna: Kirill Dmitriev, figura chiave legata al fondo sovrano russo, ha rilanciato sui social un intervento di Salvini contro Zelensky e sull’Ucraina, accusando il presidente ucraino di ritardare la pace. È un episodio che, in un governo alleato della Nato e che sostiene Kiev, produce un effetto devastante sul piano reputazionale: mostra Salvini come megafono spendibile da Mosca proprio mentre Tajani prova a cucire un profilo più euro-atlantico e Calenda pone “paletti” anti-Putin.

Qui la domanda non è se Dmitriev “conti” in termini militari. La domanda è se l’Italia può permettersi che un vicepresidente del Consiglio venga promosso nelle narrative russe mentre a Roma si prova a costruire un centro europeista. Perché quel tipo di amplificazione ha sempre un costo: dentro la coalizione e fuori, nelle capitali alleate.

Milano e il 2027: la partita vera è l’architettura del potere

Questa manovra non nasce solo per il referendum sulla giustizia. Milano è già un laboratorio: Calenda, interrogato sul futuro della città, ribadisce che Azione valuterà i programmi e non vuole finire prigioniera di veti ideologici. È un modo per dire che il suo elettorato può decidere partite locali e, per effetto domino, influenzare gli equilibri nazionali.

Nel frattempo, Forza Italia ha bisogno di una narrazione di crescita e centralità. E Tajani sa che il modo più rapido per contare di più nel centrodestra è dimostrare di poter portare dentro l’area di governo consensi e competenze “moderate” che oggi stanno fuori.

Le domande che decidono se l’operazione è politica o solo comunicazione

1) È un dialogo per singoli dossier (giustizia, Europa, economia) o un progetto di alleanza stabile?

2) La Lega accetterà di essere minoranza culturale in un governo più moderato-europeista?

3) Forza Italia è pronta a pagare il prezzo dello scontro interno pur di spostare il baricentro?

4) Calenda sta costruendo una “porta” per entrare, o un “test” per stanare Tajani e isolare Salvini?

Il centrodestra, oggi, non discute solo di nomi. Discute di metodo: se il governo resta una somma di tribù o diventa una coalizione con una linea chiara su Europa, Russia e istituzioni. L’asse FI-Calenda è un tentativo di imporre quella linea. Il veto leghista è il segnale che la partita è appena iniziata.