Quando l’arbitro entra nell’indagine, non è gossip istituzionale: è un test di fiducia pubblica. E i test non si superano con le parole.
La Guardia di Finanza ha perquisito la sede del Garante per la protezione dei dati personali a Roma, acquisendo documenti e materiale informatico. L’indagine della Procura di Roma ipotizza peculato e corruzione; risultano indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri componenti del Collegio. È una notizia rara per qualsiasi autorità indipendente. È una notizia enorme per questa, perché il Garante vive e muore su una sola moneta: credibilità.
Va detto subito, senza sconti ma anche senza scorciatoie: “indagato” non significa colpevole. Però una perquisizione con sequestri e acquisizioni non è un atto simbolico: è la ricerca di riscontri concreti su decisioni, spese, procedure e rapporti. E quando il bersaglio è l’Autorità che vigila su trasparenza, correttezza e limiti del potere digitale, l’effetto non riguarda solo chi sta al vertice: riguarda cittadini, imprese, istituzioni che ogni giorno si appoggiano al Garante come garante, letteralmente, dell’equilibrio tra innovazione e diritti.
