Non ha vinto perché era invulnerabile. Ha vinto perché sapeva trasformare ogni ferita in una forma nuova di presenza.
La notizia della sua morte chiude una vita, ma non il suo effetto
Alex Zanardi è morto a 59 anni, e già questo basta a rendere la giornata pesante per chiunque abbia seguito anche solo da lontano la sua storia. Ma la sua morte non somiglia a quelle notizie che congelano un campione dentro il ricordo ordinato delle statistiche. Perché Zanardi non è mai stato soltanto un campione. È stato una smentita vivente di tutto ciò che, nel linguaggio comune, viene chiamato destino. Ogni volta che la vita sembrava avergli assegnato un confine definitivo, lui trovava il modo di attraversarlo senza negare il dolore, senza fingere che non esistesse, ma senza permettergli di diventare l’ultima parola.
