Albania, il flop dei rimpatri non è un inciampo: è il fallimento del modello venduto come svolta

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Doveva essere la macchina che cambiava tutto. Oggi è un sistema costosissimo che, nei numeri, non regge la propaganda.

La notizia vera non è che il centro funzioni, ma che non produce il risultato per cui è stato costruito

Il punto va detto senza girarci attorno. Il modello Albania non si misura dal fatto che il centro di Gjader sia aperto, presidiato o perfino pieno in alcuni giorni. Si misura da una sola domanda: quanti rimpatri veri produce rispetto all’obiettivo con cui è stato presentato al Paese. Ed è qui che il racconto del governo si rompe. Il progetto era stato venduto come una macchina capace di processare fino a 36 mila persone l’anno. Oggi i rimpatri rivendicati sono 83. Non è uno scarto fisiologico. È un abisso.

I numeri bastano da soli a smontare la narrazione

Trentaseimila l’anno significa tremila al mese. Ottantatré rimpatri, rispetto a quel traguardo, equivalgono a meno dello 0,3 per cento dell’obiettivo annunciato. Anche volendo usare tutta la prudenza possibile, questo non è l’avvio lento di un sistema promettente. È la certificazione che il sistema, per come era stato pensato e raccontato, non ha mantenuto la promessa centrale. E quando un’infrastruttura politica vive di slogan sulla deterrenza e sulla svolta storica, un divario del genere non è un dettaglio statistico. È il cuore della notizia.

La propaganda ora prova a spostare il metro del giudizio

Per difendere il progetto, l’area di governo insiste sulla piena operatività del Cpr di Gjader, sui posti occupati, sui transiti, sui profili socialmente pericolosi e sulla normalizzazione del centro come hub per i rimpatri. Ma questo spostamento del discorso serve proprio a evitare il punto più scomodo. Un centro può anche riempirsi. Può perfino apparire efficiente nella sua routine interna. Ma se il rendimento finale resta così basso, la struttura non diventa un successo perché è attiva. Diventa semmai la prova che si sta confondendo il funzionamento amministrativo di un contenitore con l’efficacia politica del meccanismo.

Il problema, infatti, non è solo logistico: è giuridico e strutturale

Il modello Albania non è rimasto impantanato per caso. È entrato in una zona di attrito continuo con il diritto europeo e con i giudici italiani proprio sul nodo decisivo: chi può essere trasferito, in quali condizioni, con quali garanzie e con quale base giuridica effettiva. La Corte di giustizia dell’Unione europea non ha ancora chiuso tutti i contenziosi aperti sulla compatibilità del protocollo Italia-Albania con il diritto Ue. E finché questo nodo resta pendente, il progetto continua a vivere in una terra di mezzo: abbastanza operativo da costare, non abbastanza consolidato da diventare davvero stabile.

Nemmeno il nuovo asse europeo sui “return hubs” salva automaticamente il caso italiano

La destra prova a dire che l’Europa si sta spostando verso il modello Meloni e che quindi l’Albania avrebbe avuto ragione prima del tempo. Ma anche qui la propaganda corre più dei fatti. Il Parlamento europeo ha effettivamente approvato un impianto più duro sui rimpatri e ha avvicinato la possibilità di creare hub esterni all’Unione. Però le regole specifiche sono ancora in discussione e, soprattutto, non cancellano in automatico i problemi giuridici del protocollo italiano già contestati davanti ai giudici. In altre parole: il vento politico europeo può cambiare, ma non basta da solo a trasformare un esperimento fragile in un successo retroattivo.

C’è poi il capitolo che il governo vorrebbe tenere sullo sfondo: i costi

Qui il quadro si fa ancora più severo. I centri in Albania sono costati oltre 74 milioni di euro per la realizzazione delle strutture e più di 61 milioni per gli allestimenti, secondo le ricostruzioni più accreditate. Un report di ActionAid e Università di Bari ha stimato oltre 153 mila euro per ogni posto effettivamente disponibile, cioè circa sette volte il costo di una struttura analoga in Italia. E già nel 2024, quando il sistema era rimasto operativo per appena cinque giorni, erano stati spesi 570 mila euro per trattenere solo 20 persone. Se metti insieme questi numeri con gli 83 rimpatri rivendicati oggi, il problema non è più soltanto politico. Diventa industriale: è il rapporto tra spesa e risultato a non stare in piedi.

Il governo ha cambiato il fine per non ammettere il fallimento del mezzo

All’inizio l’Albania doveva essere il simbolo della delocalizzazione del controllo migratorio: intercettazione, selezione, esame accelerato, rimpatrio fuori dal territorio nazionale. Poi quel disegno si è inceppato nei tribunali e il governo ha riconvertito il centro in hub per il rimpatrio di persone già fermate in Italia e colpite da un ordine di espulsione. È una correzione politica importante, ma anche una confessione implicita. Significa che il progetto originario non ha retto. E che per salvare la struttura si è deciso di cambiarne la funzione senza mai ammettere davvero che la promessa iniziale si era sbriciolata.

Per questo il caso Albania dice qualcosa di più della sola immigrazione

Dice come lavora oggi la politica quando un grande annuncio non produce i risultati promessi. Non si ritira il progetto. Non si dichiara il fallimento. Si abbassa il criterio del successo. Si smette di chiedere se la macchina abbia raggiunto il suo scopo e si comincia a celebrare il fatto che la macchina esista ancora. È un trucco comunicativo molto noto: trasformare la sopravvivenza in prova di efficacia. Ma nel caso dei rimpatri la distanza tra racconto e risultato è ormai troppo larga per essere coperta con una visita di partito o con un nuovo slogan sull’Europa che ci copia.

La verità più dura è che il “modello” non ha dimostrato di essere un modello

Per meritare quel nome, avrebbe dovuto mostrare almeno tre cose: resa numerica, sostenibilità giuridica, proporzione economica. Finora non ne ha garantita davvero nessuna. I numeri restano minuscoli rispetto all’obiettivo. La base legale resta contestata. I costi restano enormi. E allora il punto finale va scritto in modo semplice. Il flop non è nei dettagli. Il flop è nel cuore del progetto. L’Albania non è diventata la prova che il governo aveva trovato la chiave dei rimpatri. È diventata il monumento al momento in cui la propaganda ha promesso una rivoluzione e si è fermata a una struttura costosissima che continua a inseguire il risultato che doveva già aver dimostrato.