Israele approva la pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo: una svolta estrema che sposta più in là il confine dello Stato di diritto

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Quando una democrazia risponde alla violenza con una legge che appare costruita per colpire quasi solo un popolo, il problema non è solo la durezza: è la qualità stessa della giustizia.

Il voto della Knesset che cambia il clima

La Knesset ha approvato una legge che introduce la pena di morte come condanna di default per i palestinesi giudicati colpevoli di attacchi mortali classificati come terrorismo. È una decisione che sposta più in là il confine politico e giuridico di Israele, perché trasforma in norma ciò che per anni era rimasto uno slogan della destra più dura: rispondere agli attentati con l’esecuzione capitale.

Che cosa prevede davvero la nuova legge

Il testo stabilisce l’impiccagione entro novanta giorni dalla sentenza nei tribunali militari della Cisgiordania, con possibilità di sostituire la pena con l’ergastolo solo in “circostanze speciali” non meglio definite. Sul piano formale, la legge contempla anche l’ipotesi di applicazione in sede civile a cittadini israeliani condannati per omicidi con finalità di distruzione dello Stato. Ma, nella pratica, il suo perimetro è costruito in modo tale da colpire quasi esclusivamente palestinesi.

Il dettaglio che pesa più del resto: non è una legge “uguale per tutti”

È qui che la norma diventa politicamente esplosiva. I critici fanno notare che un cittadino ebreo israeliano che compia un crimine simile difficilmente rientrerà nel tipo di fattispecie costruita dalla legge, mentre un palestinese della Cisgiordania finisce direttamente nel sistema dei tribunali militari. Il risultato è un dispositivo che viene presentato come universale ma che, nei fatti, ha una destinazione quasi univoca.

Ben-Gvir esulta, Netanyahu si schiera

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, promotore del provvedimento, ha celebrato il voto come una “giornata di giustizia” e di deterrenza. Benjamin Netanyahu ha sostenuto personalmente la legge, presentandosi in Aula per votarla. È un passaggio importante anche sul piano politico interno: il premier ha scelto di intestarsi una misura che soddisfa la sua ala più radicale e che parla direttamente all’elettorato che chiede punizioni esemplari, soprattutto dopo anni di attacchi e di guerra permanente.

Il precedente storico che torna in controluce

Israele aveva abolito la pena di morte per omicidio nel 1954. L’unica esecuzione avvenuta dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann, nel 1962. Il ritorno dell’esecuzione capitale in una forma così esplicita segna quindi una rottura storica, non un semplice irrigidimento penale. E infatti il punto non è soltanto l’inasprimento della pena: è il fatto che venga reintrodotta in un contesto già segnato da occupazione, giurisdizioni separate e fortissima asimmetria di diritti.

La critica più dura: non deterrenza, ma discriminazione

I sostenitori della legge dicono che servirà a dissuadere nuovi attentati e a impedire che i responsabili di omicidi possano diventare oggetto di futuri scambi di prigionieri. Ma gli oppositori replicano che non esiste alcuna prova seria che la pena di morte scoraggi il terrorismo più del carcere a vita. E soprattutto aggiungono che qui la questione non è solo la deterrenza: è il fatto che una legge punitiva così estrema venga disegnata dentro un sistema che separa già, in modo evidente, israeliani e palestinesi davanti alla giustizia.

Le reazioni internazionali e il timore di un danno ulteriore

La norma era già stata criticata prima del voto da Germania, Francia, Italia e Regno Unito, che ne avevano denunciato il carattere de facto discriminatorio. Anche gruppi israeliani per i diritti civili e organizzazioni internazionali hanno parlato di una deriva grave, sostenendo che la legge danneggi i principi democratici di Israele, alzi ulteriormente la tensione e renda ancora più fragile ogni prospettiva politica. La sensazione, in altre parole, è che questo voto non chiuda nulla: aggiunga solo un altro strato di radicalizzazione.

La battaglia legale è già cominciata

L’Association for Civil Rights in Israel ha annunciato ricorso alla Corte Suprema. È un passaggio che conta, perché la legge potrebbe non aver chiuso il suo percorso solo con il voto parlamentare. La vera partita adesso si sposta anche nei tribunali: sulla sua compatibilità con il diritto israeliano, con il principio di uguaglianza e con il diritto internazionale applicabile nei territori occupati.

La domanda che resta

Questa legge nasce in un Paese ferito, sotto attacco e politicamente spostato a destra. Ma proprio per questo la domanda è inevitabile: la forza di uno Stato si misura nella capacità di infliggere la morte, oppure nella capacità di non piegare la giustizia alla logica della vendetta? Il voto della Knesset dà una risposta netta. Resta da capire quanto costerà, a Israele, averla scelta.