Macron rilancia gli eurobond: “o potenza o spazzati via”. Berlino risponde secco: “produttività, non debito”

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La vera frattura non è sui soldi: è su chi deve guidare l’Europa quando il mondo torna brutale.

Macron torna a chiedere eurobond (e lo fa alla vigilia del “ritiro” dei 27)

Emmanuel Macron ha rilanciato l’idea di una nuova capacità di indebitamento comune dell’Unione europea – “eurobond per il futuro” – per finanziare investimenti considerati strategici: difesa, tecnologie della transizione, intelligenza artificiale e quantico. Il messaggio è stato affidato a un’intervista pubblicata da più testate europee, in vista del summit informale sulla competitività convocato in Belgio, ad Alden Biesen, con la presenza anche di Mario Draghi ed Enrico Letta.

Il frame scelto dall’Eliseo è radicale: l’Europa deve decidere se diventare una potenza (economica, finanziaria, militare e democratica) oppure essere “spazzata via” nella competizione con Stati Uniti e Cina.

La risposta di Berlino: “distrae dal problema vero”

La replica tedesca è arrivata in poche ore ed è stata tagliente: l’idea degli eurobond “distrae dall’argomento principale”, cioè la produttività. Tradotto: prima riforme strutturali, semplificazione regolatoria, completamento del mercato unico; solo dopo – e forse mai in modo permanente – si può discutere di debito comune.

È il copione storico della frattura franco-tedesca: Parigi propone un salto federale tramite strumenti finanziari condivisi; Berlino teme la mutualizzazione del rischio e rivendica disciplina e competitività “dal lato dell’offerta”.

Che cosa sono gli eurobond, oggi: non una fantasia, ma un tabù che l’Ue ha già infranto (una volta)

Per anni “eurobond” ha significato una cosa: titoli comuni dell’eurozona, con rischio condiviso, per finanziare spesa comune o stabilizzare crisi. Poi è arrivato il Covid, e l’Unione ha emesso debito su larga scala con NextGenerationEU e altri strumenti come SURE. Non sono “eurobond” nel senso classico e permanente, ma sono la prova che, quando la politica decide che è emergenza, il debito comune diventa possibile.

Il punto che divide oggi è proprio qui: Macron vuole trasformare l’eccezione (strumenti temporanei) in una capacità strutturale per investimenti strategici. La Germania, tradizionalmente, vuole tenere il debito comune nella categoria “una tantum”.

FATTI: cosa propone Macron, in concreto (almeno per come emerge dalle interviste)

1) Una capacità di debito comune per “spese future” su settori strategici, non per ripagare debiti passati.

2) Creare un asset europeo “sicuro” e appetibile agli investitori globali, anche come alternativa parziale al dollaro, in un contesto di instabilità geopolitica.

3) Un’agenda industriale più assertiva (“Made in Europe” / “European preference”), distinguendo protezione di filiere critiche da protezionismo generalizzato.

4) Un obiettivo numerico evocato: circa 1.200 miliardi l’anno di investimenti pubblici e privati necessari per cambiare marcia.

CONTESTO: perché adesso (e perché Macron tira in ballo perfino la “Greenland moment”)

Macron lega l’urgenza a un mix di pressioni esterne: rivalità tecnologica con Cina e USA, sicurezza europea sempre più costosa, rischio di nuove frizioni commerciali e regolatorie con Washington. In questo contesto, sostiene che l’Europa non possa restare “fattore di aggiustamento” del resto del mondo.

Il sottotesto politico è chiaro: se le minacce arrivano dall’esterno, l’Unione deve costruire strumenti interni che non dipendano dall’umore di altri capitali (militari e finanziari). Il debito comune diventa, nella narrazione francese, una leva di sovranità.

Il vero campo di battaglia: competitività (Draghi/Letta) contro “finanza comune” (Macron)

Il summit di Alden Biesen nasce per affrontare il nervo scoperto: il gap di crescita e produttività rispetto agli Stati Uniti e, in diversi settori, rispetto alla Cina. Da qui l’impianto “da ritiro” voluto dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presenza di Draghi e Letta, simboli di un’agenda che insiste su mercato unico, capitali, energia, innovazione e capacità industriale.

Macron prova a saldare le due cose: “riforme sì, ma servono soldi veri e subito”. Berlino (e altri Paesi frugali) tende a separarle: “prima le riforme, poi – forse – gli strumenti”.

GERMANIA vs FRANCIA: cosa temono davvero (oltre le dichiarazioni ufficiali)

Timore tedesco: che il debito comune diventi una scorciatoia permanente e che gli elettori paghino un rischio percepito come “altrui”, senza un controllo politico federale equivalente (cioè senza un salto istituzionale parallelo).

Timore francese: che l’Europa resti intrappolata in una governance lenta, incapace di fare massa critica sugli investimenti strategici e quindi destinata a comprare tecnologia, energia e sicurezza dagli altri.

In mezzo c’è la Commissione: attratta dall’idea di strumenti comuni (perché aumentano capacità d’azione), ma prudente per non spaccare il Consiglio.

ACCUSA (politica): “garantire la difesa europea senza eurobond è ipocrisia”

Nella lettura francese (e di chi sostiene una maggiore autonomia strategica), chiedere più difesa, più industria, più tecnologia e al tempo stesso negare strumenti comuni di finanziamento significa condannare l’Ue all’inazione o a una somma di piani nazionali non coordinati. È l’accusa implicita: l’Europa pretende di essere potenza senza dotarsi di una cassa da potenza.

DIFESA (politica) tedesca: “il debito non crea competitività”

La risposta di Berlino è altrettanto lineare: la competitività si costruisce con produttività, mercato unico funzionante, meno burocrazia, più innovazione privata e regole del gioco stabili. Il debito, senza riforme, rischia di diventare benzina su un motore che perde. E, soprattutto, un incentivo a rinviare scelte impopolari a livello nazionale.

Cosa è realisticamente possibile: tre strade e tre ostacoli

Strada 1: nuovo strumento temporaneo sul modello NextGenerationEU (più facile politicamente, ma “una tantum”). Ostacolo: serve consenso ampio e una base giuridica credibile, oltre a ratifiche/iter complessi legati alle risorse proprie.

Strada 2: debito comune “mirato” alla difesa o a shock esterni (una possibile eccezione anche per Berlino). Ostacolo: definire cosa è “eccezionale” senza trasformarlo in regola permanente.

Strada 3: cooperazione rafforzata / geometria variabile tra Stati “volenterosi”. Ostacolo: rischia di creare un’Europa a più velocità che accelera alcuni e lascia indietro altri, con frizioni istituzionali.

Il paradosso Meloni–Merz: l’asse che spinge la “geometria variabile” ma frena il debito comune

Nel retroscena politico europeo, Macron legge l’attivismo di Friedrich Merz e Giorgia Meloni (con il premier belga Bart De Wever) come tentativo di orientare la discussione su competitività e “like-minded” anche fuori dal formato dei 27. E qui nasce la tensione: l’Italia è storicamente favorevole a strumenti comuni, ma Berlino è il principale scettico. Per Roma, l’equilibrio tra amicizie politiche e interessi finanziari diventa un esercizio di acrobazia.

Che cosa guardare nei prossimi 30 giorni (per capire chi sta vincendo davvero)

1) Se dal vertice informale (e da quello di marzo) uscirà un mandato a progettare strumenti finanziari comuni o solo una lista di riforme “soft”.

2) Se la Commissione metterà nero su bianco un “Industrial Accelerator Act” con elementi di Buy European e con quale grado di obbligatorietà.

3) Se la discussione si sposterà su un compromesso: debito comune limitato alla difesa o a investimenti ultra-mirati, con condizionalità forti.

4) Se Berlino resterà sul no secco o aprirà una “porta stretta” per circostanze eccezionali.

Il punto non è “chi ha ragione”, ma quale Europa è possibile

Macron propone una scorciatoia verso la potenza: soldi comuni per obiettivi comuni. Berlino teme che senza un vero salto politico-federale quella scorciatoia diventi solo debito condiviso senza controllo condiviso. Il bivio europeo è qui: o si fa capacità comune (finanza e politica) oppure si resta un mercato grande ma vulnerabile. E il mondo, oggi, non premia i vulnerabili.