Gaza, tregua fragile e “fase 2”: Trump lancia a Davos il Board of Peace (22 Paesi). Meloni dice no, Putin entra in scena, il Papa valuta

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Quando la pace diventa un “board” con un presidente e un prezzo d’ingresso, la domanda non è idealista: è chi comanda, chi paga, chi risponde.

La tregua a Gaza resta in piedi, ma scricchiola. E proprio mentre la “fase 2” dovrebbe entrare nel vivo—cioè la fase che decide se una tregua diventa soluzione—Donald Trump ha scelto Davos per trasformare la pace in architettura: firma dell’atto costitutivo del “Board of Peace”, un organismo che dovrebbe supervisionare Gaza e poi estendersi “oltre”, fino ad assumere un ruolo globale.

Il quadro è esplosivo perché i piani si sovrappongono: sul terreno, Israele e Hamas si accusano a vicenda di violazioni; sul tavolo politico, emergono nodi irrisolti (disarmo di Hamas, sicurezza e controllo, ritiro israeliano); sul piano diplomatico, l’Occidente si divide su come rispondere al “modello Trump”. In mezzo, tre scelte che raccontano più di mille dichiarazioni: l’Italia di Giorgia Meloni dice no per ragioni costituzionali, Putin si muove dentro il progetto e il Papa è stato invitato e “sta valutando”.

La tregua “a scatti”: cosa manca davvero per dire che è stabile

La tregua concordata a ottobre viene descritta dalle fonti internazionali come “rocciosa”: mesi di accuse reciproche e riprese di violenza, con Israele e Hamas che si imputano responsabilità su ostaggi e condizioni umanitarie. In queste ore, la disputa si concentra anche su elementi simbolici e concreti insieme: il rientro di un ultimo corpo di ostaggio e la quantità/qualità dell’aiuto che entra nella Striscia.

Il punto, però, è strutturale: la fase successiva non può limitarsi a “tenere calma” la prima. Deve affrontare i tre nodi che bloccano tutte le tregue a Gaza da decenni: disarmo o riduzione delle capacità militari di Hamas, controllo della sicurezza nel territorio, e modalità e tempi di un ritiro israeliano. È qui che, storicamente, i negoziati si spezzano.

Rafah: il primo segnale concreto della “fase 2”

Tra le novità operative, una spicca perché è misurabile: l’annuncio che il valico di Rafah con l’Egitto dovrebbe riaprire “la prossima settimana” in entrambe le direzioni. A dirlo è Ali Shaath, indicato come tecnocrate sostenuto dagli Stati Uniti per l’amministrazione di Gaza, intervenuto in collegamento a Davos. Israele, che controlla Rafah dal 2024 secondo le ricostruzioni, non ha commentato nell’immediato. La riapertura di Rafah è cruciale: non è solo un varco, è la valvola politica e umana della Striscia.

In parallelo, l’Alto rappresentante del Board per Gaza, Nickolay Mladenov, parla di un’intesa sulla “preparazione” della riapertura e di coordinamento logistico con Israele, Egitto e comitato tecnico palestinese—un dettaglio che, se confermato nei fatti, segnala che almeno una parte dell’ingranaggio sta girando.

Cos’è davvero il Board of Peace: un’istituzione “nuova” con una regola vecchia

A Davos Trump ha presentato il Board come lo strumento per “cementare” la tregua di Gaza e poi “fare praticamente quello che vogliamo” una volta completata la struttura, “in congiunzione con l’ONU”. È una frase rivelatrice: promette cooperazione con le Nazioni Unite, ma rivendica un controllo politico fortissimo.

Secondo la bozza di statuto vista da Reuters, Trump è il presidente inaugurale; i membri ordinari avrebbero mandati triennali, ma esiste una scorciatoia per diventare permanenti: pagare 1 miliardo di dollari. È qui che il progetto cambia natura: la pace come governance, e la governance come “membership” a prezzo fisso.

ONU dentro o fuori? La contraddizione che divide gli alleati

La questione più pesante è questa: il Board nasce come organismo che molti temono possa “rivaleggiare” con l’ONU. Reuters ricorda che il Consiglio di Sicurezza ha “mandatato” il Board a novembre, ma solo fino al 2027 e solo su Gaza, con obbligo di report semestrali. Russia e Cina si erano astenute, lamentando che la risoluzione non definiva un ruolo chiaro dell’ONU nel futuro di Gaza.

In teoria, quindi, il Board esiste “con” un perimetro ONU. In pratica, lo statuto attribuirebbe al presidente poteri ampi, incluso veto e rimozione dei membri con alcuni vincoli. È il motivo per cui molti alleati occidentali sono cauti: la paura non è “un altro tavolo”, ma un tavolo dove la gerarchia è scritta nel DNA.

Chi ha firmato a Davos: 22 Paesi, ma già con una crepa

RaiNews riporta che a Davos Trump ha firmato l’atto costitutivo insieme a 22 Paesi e pubblica una lista diffusa dalla Casa Bianca: Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan (oltre agli USA) — con il Belgio inserito nella lista iniziale.

Ma proprio il Belgio ha smentito pubblicamente la firma, definendo l’annuncio “sbagliato” e chiedendo una risposta europea “comune e coordinata”. Anche l’India, invitata, non ha partecipato alla cerimonia. Due segnali immediati: 1) il Board nasce già con ambiguità sulla reale adesione; 2) l’Europa, nel suo nucleo “storico”, resta fredda.

Meloni dice no: il caso italiano tra articolo 11 e reputazione europea

L’Italia non entra. La linea riportata da più fonti è quella del “vincolo costituzionale”: l’articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità tra Stati. Un organismo presieduto da un singolo leader, con potere di veto e rimozione, e con una “quota” per permanenza, rischia di non garantire quella parità.

Questo no conta più di quanto sembri: non è un gesto antiamericano, è un segnale istituzionale. Ma apre anche una domanda europea: se ciascun Paese tratta direttamente con Trump su “pace, dazi e board”, l’Unione diventa un insieme di eccezioni. Se invece costruisce una posizione comune, il Board diventa un test di unità, non un test di fedeltà.

Putin entra nella storia: invito, smentita, e un miliardo “dai beni congelati”

Trump ha detto a Davos che Putin avrebbe “accettato” l’invito al Board. Putin, poche ore dopo, ha replicato che la proposta è “in studio” e che arriverà una risposta a tempo debito. È una differenza enorme: tra “accettato” e “valutato” c’è il cuore della propaganda geopolitica.

Nel frattempo, però, Mosca si è già inserita nel progetto con un gesto politico: Putin ha dichiarato di essere pronto a donare 1 miliardo di dollari al Board usando asset sovrani russi congelati negli Stati Uniti, durante un incontro con Mahmoud Abbas. Reuters sottolinea il nodo: un flusso del genere implicherebbe trattative con Washington perché lo “sblocco” non è automatico, e il totale di riserve russe effettivamente congelate negli USA è oggetto di stime e dispute (molte riserve sono in Europa).

Qui la domanda non è tecnica: è politica. Se un Paese sotto sanzioni propone di finanziare un organismo guidato dagli USA con soldi congelati dagli USA, stiamo guardando una nuova forma di diplomazia: la pace come scambio, e lo scambio come riconfigurazione del conflitto.

Il Papa invitato: la Chiesa valuta e chiede “rispetto del diritto internazionale”

Tra gli invitati c’è anche Papa Leone XIV. Il Vaticano conferma di aver ricevuto l’invito e di stare valutando. Il cardinale Pietro Parolin ha aggiunto due frasi che pesano: la Santa Sede non sarebbe “in posizione” per partecipare finanziariamente, e “l’importante è rispettare il diritto internazionale”, definendo “malsana” l’escalation di tensione tra USA ed Europa.

In un progetto che prevede quote e governance rigida, il coinvolgimento del Papa sarebbe un moltiplicatore simbolico enorme. Proprio per questo, la prudenza vaticana è anche un messaggio: la pace non può diventare un formato proprietario.

Le domande che restano (e che decidono se il Board è soluzione o problema)

1) Legittimità: un organismo con un presidente dotato di veto e rimozione è “multilaterale” o è multilaterale solo nel numero?

2) Accountability: a chi risponde davvero? All’ONU, agli Stati membri, o al suo chairman?

3) Incentivi: se la permanenza si compra con 1 miliardo, la pace diventa un club dove contano bilanci e allineamenti?

4) Gaza: il Board può sbloccare Rafah, aiuti e amministrazione, ma può davvero risolvere i nodi “hard”—disarmo, sicurezza, ritiro—senza un quadro politico accettato dalle parti?

La tregua è fragile. La fase 2 è la fase vera. E il Board of Peace, oggi, è contemporaneamente un tentativo di governance e una prova di forza. Nei prossimi giorni capiremo se sarà un ponte verso stabilizzazione o l’ennesimo strumento con cui la geopolitica riscrive se stessa, usando la parola “pace” come chiave universale.