Quando se ne va una voce così, non muore una nostalgia: si spegne un pezzo di storia popolare.
Tony Dallara è morto a 89 anni. Lo confermano le principali fonti di cronaca: era ricoverato a Milano. Per molti è stato “quello di Come prima”, per altri l’uomo che vinse Sanremo con Romantica, per tanti il primo vero “urlatore” della musica italiana. Ma ridurlo a un titolo o a una canzone è ingiusto: Dallara è stato un cambio di paradigma. Quando arrivò, la canzone italiana aveva ancora una postura “educata”; lui portò fisicità, urgenza, voce spinta in avanti. Non per distruggere la tradizione, ma per costringerla a respirare un’aria nuova.
Il suo nome era Antonio Lardera. Nato a Campobasso, cresciuto a Milano, attraversò la gavetta più tipica del Dopoguerra – lavori comuni, sogni coltivati di sera – fino all’esplosione in un’Italia che stava imparando a riconoscersi anche nei dischi, non solo nei giornali. La sua storia, oggi, si chiude. Ma resta una domanda che vale più del ricordo: perché quelle canzoni hanno resistito? Perché contenevano una verità semplice: la voce, quando è autentica, diventa memoria collettiva.
