Se la democrazia è un voto, la prima regola è semplice: capirlo prima di metterci la croce.
Il Consiglio dei ministri ha fissato per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia (spesso chiamata “riforma Nordio”). La scelta ha acceso uno scontro istituzionale perché, mentre il referendum era già stato attivato da richieste parlamentari ammesse dalla Corte di Cassazione, un comitato civico sta raccogliendo firme (dice di essere arrivato a circa 350mila) per presentare una propria richiesta popolare entro il 30 gennaio 2026. I promotori annunciano ricorsi e chiedono l’intervento del Quirinale.
Il punto non è il tifo per il Sì o per il No. Il punto è un diritto minimo del cittadino: sapere cosa cambia nella Costituzione e perché oggi il governo sostiene che non poteva aspettare, mentre i promotori dicono che così si comprime lo spazio della partecipazione e della campagna informata.
