Crans-Montana, il ritorno delle bare a Milano: cinque salme rimpatriate. “Ci sarà un prima e un dopo”

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Le lacrime chiedono rispetto. Ma la sicurezza pretende risposte, non cerimonie.

Il dolore, a volte, viaggia su un cargo. Oggi un C-130 dell’Aeronautica Militare ha riportato in Italia le salme di cinque ragazzi italiani morti nell’incendio di Crans-Montana, in Svizzera, durante la notte di Capodanno. L’aereo è atterrato a Milano Linate, con i familiari ad aspettare non “una notizia”, ma la fine di un’assenza. La sesta salma non era sul volo: si trovava in Ticino, perché la giovane viveva in Lugano.

Non è solo un rimpatrio: è un passaggio di realtà

Il corteo funebre è partito dal centro funerario di Sion verso l’aeroporto militare, poi l’imbarco e il volo. È un percorso tecnico, organizzativo, necessario. Ma per le famiglie è il momento in cui la tragedia smette di essere “lì” e diventa definitivamente “qui”. L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, ha parlato di richiesta di giustizia e di un Paese che dovrà interrogarsi: “Ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana”.

Il contesto: che cosa sappiamo sul disastro

L’incendio al locale Le Constellation ha provocato 40 morti. Il numero dei feriti è stato inizialmente indicato in 119, poi le autorità hanno confermato 116 feriti legati direttamente al rogo dopo verifiche successive. La dinamica su cui si concentra l’inchiesta parla di candele pirotecniche usate durante i festeggiamenti, che avrebbero innescato il soffitto e alimentato un fuoco rapidissimo: una miccia che diventa strage solo se trova un ambiente che non regge, tra materiali, fumo, vie di fuga e capienza.

Super partes, sempre: ma la domanda pubblica non è neutra

Qui la nostra linea è semplice: siamo super partes, non facciamo tifo e non trasformiamo il dolore in propaganda. Ma non siamo sottomessi a nessuno, né al potere pubblico né a quello privato. Perché quando muoiono ragazzi in un locale, la “fatalità” dura pochi secondi: poi restano le responsabilità. Chi doveva controllare? Chi doveva autorizzare? Chi doveva impedire che una festa diventasse un test di sopravvivenza?

Tradotto: sicurezza non è “controllare i cittadini”, è controllare chi organizza

La differenza tra una festa e una trappola sta in cose noiose ma decisive: uscite praticabili, segnaletica, materiali non combustibili, limiti di affollamento rispettati, controlli veri e non solo timbri. Questo non è “controllo sociale”. È prevenzione. È il patto minimo tra chi apre un locale, chi incassa e chi garantisce che dentro non si muoia.

Il “dopo”: feriti, indagine e una verità che deve essere scritta negli atti

Mentre le salme rientrano, restano i feriti, alcuni ancora ricoverati e in condizioni delicate. Sul fronte giudiziario, le autorità svizzere hanno avviato una inchiesta penale sui gestori per ipotesi colpose legate a omicidio colposo e lesioni, oltre alle verifiche sulle norme di sicurezza. La cosa più importante, adesso, è una: che la ricostruzione venga affidata a perizie e documenti, non a impressioni o comodi capri espiatori.

Cosa sappiamo

Che oggi sono rientrate in Italia le salme di cinque ragazzi italiani con un volo di Stato, atterrato a Milano Linate, e che la tragedia di Crans-Montana ha causato 40 morti e oltre 100 feriti, con indagini in corso sulla sicurezza del locale.

Cosa non sappiamo

Non sappiamo ancora la catena completa delle responsabilità: se e quali regole siano state violate, se i controlli fossero adeguati, e quali condizioni tecniche abbiano trasformato l’innesco in una strage. Sono risposte che arrivano solo con atti e perizie.

Cosa aspettarci

Tempi lunghi e un confronto inevitabile: o questo diventa davvero un “dopo” fatto di regole applicate e controlli reali, oppure resterà solo una frase. La differenza, per i cittadini, sta tutta lì: nella capacità di ottenere verità e giustizia senza trasformare il dolore in spettacolo.