È morto Perry Bamonte, storico chitarrista e tastierista dei Cure: “Teddy” aveva 65 anni

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Il rock promette eternità. Poi arriva la realtà e chiede il conto in silenzio.

L’annuncio: cosa sappiamo (senza romanzi)

Perry Archangelo Bamonte, storico chitarrista e tastierista dei The Cure, è morto a 65 anni. L’annuncio è arrivato dalla band il 26 dicembre 2025 sul sito ufficiale: Bamonte si è spento a casa “durante Natale” dopo una breve malattia. Nel messaggio, il gruppo lo ricorda con un ritratto asciutto e potente: “quieto, intenso, intuitivo”, e soprattutto parte “vitale” della loro storia.

Chi era Bamonte: da “dietro le quinte” al palco

Prima di essere un volto sul palco, Bamonte è stato uno di quelli che fanno funzionare la macchina: dal 1984 al 1989 si occupava di “guardare la band”, cioè il lavoro pratico che tiene insieme tour, strumenti e routine. Nel 1990 entra come membro a tempo pieno: non solo chitarra, ma anche tastiere e six-string bass, in un ruolo da “jolly” che nei Cure non è un dettaglio, è architettura sonora.

Cosa ha lasciato nei Cure: dischi, tour, mestiere

Nel comunicato ufficiale i Cure indicano con precisione dove Bamonte ha messo le mani: ha suonato su Wish, Wild Mood Swings, Bloodflowers, Acoustic Hits e sull’album The Cure. La band parla di oltre 400 concerti in 14 anni nella sua prima “era” interna, poi di un ritorno nel 2022 con altri 90 show, fino al concerto londinese 1 novembre 2024 (citato come chiusura simbolica di quel ciclo). In un gruppo dove il suono è anche atmosfera, il suo contributo è stato spesso quello invisibile: tenere insieme le texture, riempire gli spazi, far sembrare “semplice” ciò che semplice non è.

Chi sono i Cure: esordi e metamorfosi di una band che non sta mai ferma

I The Cure nascono a Crawley (Inghilterra) come Easy Cure nel 1976, poi diventano “Cure” nel 1978 e pubblicano l’esordio Three Imaginary Boys nel 1979. Il loro marchio, fin dagli inizi, è una tensione continua tra due poli: da una parte il minimalismo post-punk (basso pulsante, chitarre “a filo”, malinconia), dall’altra una capacità quasi spudorata di scrivere pop senza perdere ombre e spigoli. È anche per questo che i Cure hanno attraversato decenni e mode: perché hanno cambiato pelle senza perdere identità.

Lo stile: “dark” sì, ma anche luce (e spesso nello stesso brano)

Definirli solo “goth” è comodo, ma riduttivo. La loro musica mescola post-punk, new wave, alternative e pop: può essere cupa e ipnotica, oppure leggera e immediata, senza che una cosa smentisca l’altra. Nei periodi più essenziali il suono è fatto di linee di basso e chitarre che sembrano neon nella nebbia; nei periodi più “aperti” arrivano melodie che ti restano addosso anche se non volevi. Bamonte si inserisce proprio in questa fase di maturità, quando la band vive di stratificazioni, dinamiche e dettagli.

Qualche canzone “famosa” per orientarsi (e ricordare perché contano)

Se serve una bussola, i Cure hanno un catalogo che è quasi una geografia emotiva. Alcuni titoli diventati classici: Boys Don’t Cry, A Forest, Just Like Heaven, Lovesong, Lullaby, Friday I’m in Love, In Between Days, Pictures of You. Canzoni diverse tra loro, ma unite da una stessa idea: l’amore e la solitudine non sono “temi”, sono climi. E loro li hanno saputi raccontare senza sembrare mai una cartolina.

Una nota (quasi) filosofica: la vacuità e quello che resta

La morte di un musicista, alla fine, mette davanti la cosa più banale e più ingiusta: la vita è fragile e spesso vacua nel modo in cui decide di interrompersi. Il resto — tournée, dischi, ruoli, etichette — si sbriciola in un attimo. Ma c’è una crepa in quella vacuità: ciò che una persona ha costruito insieme ad altri può continuare a vivere come esperienza negli altri. Non è immortalità. È la forma più concreta di “restare” che abbiamo: un suono, un ricordo, una canzone che torna quando non la stavi neppure cercando.

Cosa sappiamo, cosa non sappiamo, cosa aspettarci

Cosa sappiamo: Bamonte è morto a 65 anni, dopo una breve malattia, e la notizia è stata confermata dai The Cure con un comunicato ufficiale. Cosa non sappiamo: ulteriori dettagli medici e privati, che la band non ha reso pubblici (e non sono dovuti al pubblico). Cosa aspettarci: tributi e ricordi, forse un’onda di riascolti che dirà più di mille post: perché alla fine, in musica, la memoria non è un comunicato. È un “play”.