Pensione, il “trucco” sul riscatto laurea: fino a 33 mesi in più. E dal 2026 Tfr più vicino ai fondi

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«La pensione è un traguardo. Il problema è quando, mentre corri, qualcuno sposta il cartello un po’ più avanti.»

Come riportato da Il Fatto Quotidiano, gli ultimi emendamenti alla Manovra riscrivono due capitoli chiave della previdenza: da un lato rendono più difficile usare il riscatto della laurea per anticipare l’uscita dal lavoro; dall’altro allungano i tempi per incassare il primo assegno. Il risultato, nei casi più penalizzanti, può tradursi in fino a 33 mesi in più prima della pensione.

Cosa cambia per chi ha riscattato (o riscatterà) la laurea

Il punto più controverso riguarda il peso del riscatto ai fini del diritto alla pensione anticipata. In sostanza: quegli anni versati valgono ancora come contributi, ma una quota non potrà più essere usata per raggiungere prima la soglia minima prevista per l’anticipata.

La stretta scatta dal 1° gennaio 2031 e riguarda il riscatto della laurea breve: per chi matura i requisiti in quell’anno, 6 mesi di contributi riscattati non concorreranno al conteggio. La penalizzazione poi cresce a scalini: 12 mesi nel 2032, 18 nel 2033, 24 nel 2034, fino a 30 mesi nel 2035.

Tradotto in parole semplici: più ci si avvicina al 2035, più il riscatto rischia di diventare un “aiuto dimezzato” per chi puntava a usarlo come scorciatoia contributiva per lasciare il lavoro prima.

Non solo laureati: slitta anche il primo assegno per tutti

C’è poi una seconda modifica che tocca una platea più ampia: la finestra mobile, cioè il tempo tra il giorno in cui maturi i requisiti e quello in cui inizi davvero a ricevere la pensione.

Oggi la finestra è di 3 mesi. Con la nuova impostazione, dal 2032 diventerebbe più lunga: 4 mesi nel 2032 e 2033, 5 mesi nel 2034, 6 mesi dal 2035. In pratica, anche chi non ha riscattato la laurea potrebbe trovarsi ad attendere più a lungo prima di vedere il primo assegno.

Perché si parla di “33 mesi”

Il numero che sta facendo discutere nasce dalla somma dei due effetti massimi: nel 2035 il riscatto potrebbe “perdere” fino a 30 mesi nel conteggio per l’anticipata, e in più la finestra per incassare l’assegno si allunga fino a 3 mesi rispetto all’attuale. Totale: 33 mesi.

Il lato “politico” della misura: tagliare l’anticipo, spingere verso il privato?

Qui la partita non è solo tecnica. Da una parte il governo può sostenere di voler contenere la spesa pensionistica e frenare le uscite anticipate. Dall’altra, per molti lavoratori resta una sensazione difficile da digerire: chi ha pagato il riscatto per costruirsi un’uscita prima rischia di scoprire che le regole cambiano quando il traguardo si avvicina.

E nello stesso pacchetto compare anche un’altra mossa destinata a far discutere: l’adesione “quasi automatica” alla previdenza complementare per i nuovi assunti.

TFR e fondi pensione: il “silenzio-assenso” per i neoassunti

Un emendamento prevede infatti l’adesione automatica alla previdenza complementare per i lavoratori del settore privato alla prima assunzione, a partire dal 1° luglio 2026 (escluso il lavoro domestico). Il meccanismo è quello del silenzio-assenso: il lavoratore ha 60 giorni per dire no e scegliere di mantenere il TFR secondo le regole ordinarie o indirizzarlo a un’altra forma di previdenza complementare.

È una scelta che sposta l’equilibrio: invece di chiedere “vuoi aderire?”, il sistema chiede “vuoi rinunciare?”. E spesso, nel mondo reale, la differenza tra le due domande vale milioni di adesioni.

Cosa conviene fare ora (senza panico)

Per chi è interessato o coinvolto, la cosa più utile è separare le emozioni dai numeri: capire se e quando si rientra nelle finestre 2031–2035; verificare se il proprio riscatto è laurea breve e se viene usato (o si intende usare) per la pensione anticipata; valutare con un patronato o un consulente previdenziale l’impatto sul proprio percorso contributivo.

Perché la vera “mazzata”, spesso, non è solo la norma: è scoprirla tardi.