Vertice di Berlino, l’offerta usa per Kiev: garanzie “simil-Nato” e una forza multinazionale Europea

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«I vertici finiscono, i flash si spengono. Poi resta la domanda più semplice: chi garantisce la pace quando le telecamere se ne vanno?»

A Berlino la diplomazia ha rimesso il vestito buono. Due giorni di colloqui, una dichiarazione congiunta e una parola che torna a pesare come non succedeva da mesi: garanzie. Gli Stati Uniti – con gli inviati di Donald Trump Steve Witkoff e Jared Kushner – hanno portato sul tavolo un’ipotesi definita “Article 5-like”: un pacchetto di garanzie di sicurezza per l’Ucraina modellato, almeno nello spirito, sulla clausola di difesa collettiva della Nato, pur senza adesione formale di Kiev all’Alleanza.

Parallelamente, un gruppo di leader europei ha messo nero su bianco un’idea che fino a poco tempo fa era quasi impronunciabile: una forza multinazionale a guida europea che operi sul territorio ucraino, nell’alveo della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”.

Il quadro, sulla carta, è il più avanzato degli ultimi tempi. Ma i punti che decidono davvero la pace – territori e sovranità – restano i più difficili da chiudere.

Cosa prevede la bozza: garanzie forti, “backstop” usa e forza europea

Secondo funzionari statunitensi citati da Reuters, i colloqui avrebbero prodotto convergenza su “gran parte” della bozza, con un nodo ancora irrisolto: il territorio. Nel frattempo, però, il capitolo sicurezza è quello che si è mosso di più.

La dichiarazione europea descrive un pacchetto articolato:

  • sostegno duraturo alle forze armate ucraine (con un obiettivo indicativo di circa 800mila uomini in tempo di pace);
  • una forza multinazionale a guida europea sul terreno;
  • un meccanismo a guida Usa per monitorare e verificare un eventuale cessate il fuoco;
  • un impegno giuridicamente vincolante a intervenire in caso di un nuovo attacco russo, con strumenti che includono forza armata, intelligence, logistica, oltre ad azioni economiche e diplomatiche;
  • investimenti per la ricostruzione, con il tema (sensibile) dei beni russi congelati sullo sfondo;
  • sostegno al percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

A firmare il testo risultano, tra gli altri, Merz, Macron, Starmer, Tusk, Meloni e altri premier del Nord Europa, oltre ai vertici Ue von der Leyen e Costa.

Il nodo vero: donbass, concessioni e la parola “dolorosa”

Il punto che continua a bloccare la trattativa è sempre lo stesso: chi controlla cosa e con quale riconoscimento. Zelensky ha definito la questione dei territori “dolorosa” e ha ribadito che l’Ucraina non intende riconoscere come russi i territori occupati “né di fatto né di diritto”. Sul fronte opposto, Mosca non ha dato segnali pubblici di disponibilità a cambiare richiesta su alcune aree dell’Est.

Secondo Reuters, Washington starebbe facendo pressione su Kiev su un’ipotesi pesante: il ritiro ucraino da porzioni della regione di Donetsk. Un passaggio che, in Ucraina, potrebbe provocare una reazione interna durissima.

In altre parole: si discute di “cornici”, ma la guerra si decide sulle “linee”.

Perché berlino conta: l’europa prova a rientrare nella partita

Berlino è anche un messaggio politico: l’Europa tenta di non restare spettatrice mentre Stati Uniti e Russia si parlano (o provano a parlarsi). L’idea della forza multinazionale europea serve a questo: mostrare che, se si firma un cessate il fuoco, qualcuno deve renderlo credibile sul campo. E al tempo stesso ribadire che la sicurezza europea non può essere un capitolo scritto solo altrove.

Le domande ai margini: la diplomazia è tornata… o era solo in pausa?

Qui entra la parte che non si legge nei comunicati, ma che molti cittadini pensano lo stesso – a prescindere da destra o sinistra.

Perché i vertici arrivano sempre con il titolo “storico”, e poi la storia resta bloccata per mesi?
Perché la diplomazia sembra riaccendersi a intermittenza, come una luce a sensore?
E soprattutto: se la pace è “priorità”, perché per quasi quattro anni la discussione pubblica è sembrata ruotare più attorno ai pacchetti di armi che ai canali diplomatici?

Domande. Non sentenze. Ma domande che pesano.

E un’ultima: se davvero siamo “più vicini che mai”, come ripetono in molti, perché ogni nuovo passo deve sempre passare prima da una foto di gruppo perfetta?

Cosa succede adesso

I prossimi passaggi saranno tecnici e politici: gruppi di lavoro, verifiche sulle garanzie, definizione del meccanismo di monitoraggio e – soprattutto – il test più duro: la reazione russa. Gli Stati Uniti hanno fatto filtrare anche un messaggio di urgenza: l’offerta di garanzie “non resterà sul tavolo per sempre”. E in diplomazia, quando qualcuno dice “non per sempre”, di solito significa “decidete in fretta”.