Zelensky a Berlino per 5 ore con Usa e Merz: lunedì il secondo round. Donbass e garanzie di sicurezza, i due nodi che decidono la pace

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«La pace, a Berlino, sembra un puzzle: tutti parlano di “soluzione”, ma ognuno tiene in tasca un pezzo.»

Volodymyr Zelensky ha aperto a Berlino un nuovo giro di colloqui ad alta tensione con gli Stati Uniti e con il cancelliere tedesco Friedrich Merz: oltre cinque ore di faccia a faccia con gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, concluso con un’intesa a proseguire il confronto lunedì. Sul tavolo ci sono i due nodi che decidono tutto: il Donbass (territori e linea del fronte) e le garanzie di sicurezza che dovrebbero “tenere” un eventuale cessate il fuoco.

Secondo quanto riferito da Kiev, Zelensky parlerà pubblicamente dei colloqui solo al termine del secondo round. Intanto, a Berlino è atteso anche un formato più ampio con i leader europei e i vertici euro-atlantici: l’obiettivo politico è riportare l’Europa dentro la partita, nel momento in cui Washington spinge per arrivare a un accordo.

perché berlino è diventata il tavolo

La capitale tedesca è la cornice di un passaggio delicatissimo: gli Stati Uniti stanno cercando di sbloccare l’impasse con una proposta di pace in più punti, mentre Germania, Francia e Regno Unito lavorano per “raffinare” il perimetro della bozza e renderla accettabile a Kiev. È un equilibrio fragile: per l’Ucraina, ogni concessione territoriale rischia di diventare irreversibile; per Washington, ogni garanzia troppo forte rischia di trasformarsi in un impegno militare permanente.

il nodo donbass: cosa chiede mosca e cosa prova a ottenere kiev

Il Donbass non è solo geografia: è la chiave politica della guerra. Mosca chiede da tempo che l’Ucraina rinunci alle ambizioni Nato e ritiri le truppe da quelle aree del Donbass che Kiev controlla ancora. Zelensky, al contrario, sta provando a spingere una formula più “congelata”: fermare le parti sulle posizioni attuali e rinviare la discussione sulle questioni territoriali a una fase diplomatica successiva.

In sostanza, l’Ucraina teme che la richiesta di arretrare nel Donbass — o di accettare una “zona cuscinetto” a senso unico — sia il modo più rapido per trasformare un cessate il fuoco in una perdita strutturale di territorio. Per questo, la linea di Kiev punta a bloccare il fronte e spostare la contesa in un negoziato più lungo, dove contano pressioni internazionali, sanzioni e ricostruzione.

la svolta più pesante: zelensky apre a rinunciare all’obiettivo nato

Il passaggio che pesa di più è politico e simbolico: Zelensky ha detto di essere disposto a rinunciare all’obiettivo di adesione alla Nato in cambio di garanzie di sicurezza “forti e vincolanti” da parte di Stati Uniti, Europa e altri partner. È una concessione enorme, perché l’orientamento verso la Nato è stato per anni la risposta di Kiev al rischio di nuove aggressioni russe ed è anche entrato nel quadro costituzionale ucraino.

La logica è chiara: se la porta Nato resta chiusa, l’Ucraina chiede un “equivalente” credibile — non promesse generiche, ma un meccanismo che scoraggi Mosca dal riprovarci.

cosa sono le “garanzie di sicurezza” e perché tutti discutono dell’“articolo 5”

Quando Zelensky parla di garanzie “tipo Articolo 5”, richiama l’idea più potente della Nato: un attacco a uno Stato membro è considerato un attacco a tutti. Tradotto fuori dal linguaggio diplomatico: un deterrente.

Il punto è che replicare quella forza senza far entrare l’Ucraina nella Nato è difficilissimo. Per essere credibile, una garanzia dovrebbe prevedere tempi rapidi di risposta, strumenti chiari (aiuti militari automatici? copertura aerea? intelligence? logistica?), e soprattutto una firma che regga nel tempo. Da qui la richiesta ucraina di impegni legalmente vincolanti e il timore europeo che, senza un coinvolgimento sostanziale degli Stati Uniti, quelle garanzie possano valere poco.

il fattore usa: progressi dichiarati, dettagli ancora coperti

Gli americani parlano di “progressi”, ma i contenuti restano in gran parte riservati. È uno schema tipico delle fasi sensibili: si cerca di costruire una cornice comune prima che ogni parte si irrigidisca davanti alle reazioni interne (parlamento, opinione pubblica, alleati).

Resta però il dato politico: gli Stati Uniti spingono per arrivare a un risultato, mentre Kiev prova a evitare che il risultato si traduca in una resa mascherata. La vera domanda del secondo round è questa: esiste una formula che fermi le armi senza consegnare a Mosca un premio strategico?

cosa succede lunedì

Il lunedì a Berlino sarà un test di “tenuta” su tre livelli: la disponibilità ucraina ad accettare una rinuncia formale alla Nato, la solidità delle garanzie che Washington e gli europei sono realmente disposti a sottoscrivere, e la gestione del Donbass tra linea del fronte e prospettiva negoziale.

Se la trattativa reggerà, non sarà perché le parti hanno risolto tutto, ma perché avranno trovato una cosa rarissima: un punto d’equilibrio tra ciò che ognuno può concedere senza crollare e ciò che ognuno può ottenere senza umiliare l’altro.