Curriculum o rubrica? quando l’amichettismo smette di far ridere

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«Il merito è bravissimo. Il problema è quando, per entrare, gli chiedono chi conosce.»

C’è una cosa che manda fuori di testa chiunque, a destra come a sinistra: quando i posti, gli incarichi e i soldi pubblici sembrano girare sempre nello stesso circuito. Non è una questione di bandiere, è una questione di fiducia: se paghi le tasse, vuoi sapere che lo Stato seleziona i migliori, non i più vicini.

Negli ultimi giorni, diverse ricostruzioni giornalistiche – in particolare una serie di inchieste pubblicate da Fanpage – hanno rimesso sotto i riflettori un tema che in Italia viene liquidato troppo spesso come “folclore”: l’amichettismo. Tradotto: quel confine sfumato in cui l’amicizia (o la militanza) rischia di diventare una corsia preferenziale per opportunità che dovrebbero essere pubbliche, cioè contendibili, trasparenti, verificabili.

tre episodi, un filo rosso

Le storie sono diverse tra loro, ma il punto che le collega è sempre lo stesso: la porta girevole tra partito e istituzioni.

Primo episodio: il “sistema” San Michele (Roma).
Secondo l’inchiesta, all’interno dell’ASP San Michele – una delle principali aziende pubbliche di servizi alla persona – negli ultimi anni sarebbero aumentati incarichi, consulenze e affidamenti riconducibili a un’area politica e a un circuito di relazioni. L’elemento che rende il caso politicamente sensibile è proprio questo: non parliamo di una piccola associazione o di una festa di quartiere, ma di un ente pubblico con risorse, servizi e responsabilità sociali. Dopo le pubblicazioni, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca ha disposto un’attività ispettiva e ha promesso “tolleranza zero” se dovessero emergere comportamenti poco trasparenti. Dalla presidenza dell’ente è arrivata una risposta opposta: collaborazione e convinzione che le procedure siano state rispettate.

Secondo episodio: il contributo al festival di Macerata.
Qui il punto è ancora più “didattico”: il percorso amministrativo, per come viene ricostruito, appare formalmente lineare. Nella legge di stabilità regionale compare un contributo destinato al Comune, poi la Giunta comunale delibera e indirizza quelle risorse verso un’iniziativa culturale proposta da un’associazione. La polemica nasce perché l’evento viene descritto come vicino alla galassia dell’estrema destra: e allora la domanda diventa inevitabile, anche per chi non vuole fare guerre ideologiche. Non “è legale?”, ma: è opportuno? E soprattutto: quali criteri pubblici guidano la scelta finale?

Terzo episodio: dal palco di partito agli affidamenti istituzionali.
L’inchiesta su Italica Solution racconta un caso che, politicamente, pesa perché riguarda un fornitore legato all’organizzazione di grandi eventi di un partito (Atreju) che, sempre secondo la ricostruzione, avrebbe ottenuto anche affidamenti dalla Presidenza del Consiglio per allestimenti in iniziative istituzionali. Qui il tema non è demonizzare un’azienda: il tema è il meccanismo. Se un fornitore che lavora per un partito entra anche nella filiera del pubblico, il sospetto che scatta non è “colpa sua” a prescindere: è la domanda su come si è arrivati lì, con quali comparazioni, quali alternative, quali controlli.

la difesa: “conta come lavori”

Su quest’ultimo punto, la risposta politica di Fratelli d’Italia è stata netta: l’idea, espressa pubblicamente da Giovanni Donzelli, è che a lavorare per le istituzioni debba essere chi lavora bene, non chi appartiene a una parte, e che non esista un automatismo per cui un fornitore vada escluso per le sue idee.

È una difesa che, sul principio, può suonare ragionevole. Ma lascia aperta la questione più importante: come si dimostra, nei fatti, che la selezione è davvero competitiva e non relazionale? Perché la trasparenza non è una sensazione: è una procedura che regge quando la metti sotto una lampada.

perché non è “gossip”: è il modo in cui funziona lo stato

Qui sta il punto che dovrebbe unire, non dividere. L’amichettismo non è grave perché “fa brutto” o perché dà fastidio all’avversario. È grave perché produce tre effetti concreti:

abbassa la qualità: se la scelta non è davvero aperta, rischi di non prendere il migliore;

alimenta dipendenza: chi vuole lavorare col pubblico impara che conviene “stare vicino” più che essere competitivo;

spinge la gente a non credere più alle regole: e quando le regole perdono credibilità, lo Stato perde autorità.

Ecco perché questa non è una discussione da tifoseria. È una discussione da cittadini: di qualunque idea.

la domanda finale (quella che fa male, ma serve)

La domanda più onesta non è “chi ha ragione?”. È un’altra:
se cambia il governo, cambiano anche le liste di chi entra nel giro?
Se la risposta è sì, allora il problema non è un colore politico. È il sistema che continua a confondere lo Stato con una proprietà.